Una riflessione sul PD napoletano. Urgono scelte nette e coraggiose.

NAPOLI – 11 gennaio 2012 – LELLO RICCIARDI – Coordinatore provinciale dei Forum del PD.

Il Pd ha subito, nelle elezioni amministrative della città di Napoli, una sconfitta severa e motivata. La riflessione impietosa sullo stato del partito e sulla sua capacità di costruire il consenso intorno a proposte e programmi va accelerata e resa più stringente.
La stagione amministrativa della rinascita e della speranza avviata nel 1993 è un ricordo ormai ingiallito. Autonomia dei partiti rispetto ai luoghi del governo e proposte di energie valorose da impegnare sul versante amministrativo, nella rigenerazione programmatica ed organizzativa, nel rinnovamento di uomini e metodi sono assolutamente indispensabili; ed è indispensabile indicare che cosa non è andato, cosa non va ed in quale concreta direzione procedere.

Altrimenti siamo al solito esercizio demagogico dell’elencazione dei nodi irrisolti.
Si sono determinate, negli anni che abbiamo alle spalle, dinamiche – talune inconsapevoli, altre puntigliosamente cercate – che hanno ridotto i partiti a dependances di leadership amministrative, ne hanno svuotato potenzialità e capacità di proposta, hanno spostato i meccanismi di costruzione del consenso dal valore risolvente della proposta alle potenzialità soggettiva della gestione, dal fascino dell’analisi alla convenienza immediata delle opportunità.

La diversa collocazione istituzionale di questi mesi, purtroppo, sembra non aver attenuato, in alcuni settori, queste spinte e questo modo di intendere l’agire politico.
In sostanza le competizioni elettorali non si giocano più sulla capacità propositiva e/o sul giudizio circa l’azione di governo quanto, piuttosto, sull’abilità di singoli e gruppi a determinare condizioni di vantaggio per interessi ristretti, sulla base dell’orientamento di risorse finanziarie, di accelerazioni di carriere nelle burocrazie pubbliche, di incarichi a settori delle professionalità sempre pronti a servire il potente di turno.

La selezione dei gruppi dirigenti politici, avvenuta prevalentemente secondo criteri di fidelizzazione, dovrà tornare ad essere libera; va sconfitta la progressiva caduta di qualità del personale politico (generata da ibridi meccanismi di costruzione del consenso) che ha comportato la consequenziale inadeguatezza a compiere analisi e proposte all’altezza della crisi e delle vicende economiche e sociali in atto.

Queste sono, a mio giudizio, le principali cose che non sono andate e che non vanno.

Vi sono forze, dentro e fuori il Pd, interessate a rivoltare questo scenario, senza chiedere nulla in cambio, senza farne una leva esclusivamente orientata ad assicurarsi un posto al sole? Vi sono energie pronte ad una sfida in mare aperto per rigenerare e dare nuova dignità all’impegno politico e culturale?

E’ lecito porsi questa domanda perché nonostante la vicenda-rifiuti, le campagne di stampa del centrodestra, l’esaurimento della spinta al cambiamento, gli errori politici ed amministrativi, una stanchezza ed un’insofferenza progressivamente cresciuta nell’opinione pubblica, nonostante ciò si è prodotto, negli anni passati, un arroccamento anziché uno scatto ed un’innovazione radicale.
Ecco perché ha destato smarrimento – in chi ha sino alle elezioni ultime governato, nel senso più lato del termine, la città – quel sentimento di ostilità profondamente sedimentato nella società napoletana: sentimento che ha trovato la sua più plastica e compiuta manifestazione nel risultato pessimo delle elezioni municipali di Napoli.

Sbagliato o giusto che fosse quel sentimento ha certificato la distanza dagli “umori” della gente di gran parte del gruppo dirigente del Pd: un crudele certificato di separatezza.
Il rinnovamento prende le strade che la storia offre. Sta prevalentemente in questo il senso della vittoria di De Magistris che ha caratterizzato la sua campagna elettorale sulla doppia contrapposizione a Berlusconi/Cosentino ed a Bassolino/Iervolino, anche se la bandiera del cambiamento per sventolare a lungo – e non diventare consunta – ha bisogno di fatti e non di demagogia a buon mercato.

Ma il Pd è in crisi anche nell’area metropolitana. La balcanizzazione assesta i suoi colpi di coda. Permangono lacerazioni, divisioni, incomprensioni, rappresentanze contrapposte nelle assemblee elettive, identità sbiadite, linee contraddittorie. In taluni casi rischio di contaminazioni. Bisogna mettere mano ad un progetto che prima di essere organizzativo è ideale. Scelte nette e coraggiose. Sul partito e poi nel vivo delle questioni della gente: la sicurezza, il lavoro, lo sviluppo, i servizi pubblici, la sanità e l’assistenza, il traffico, le funzioni urbane e la riqualificazione delle città. E’ necessario un coordinamento cittadino per Napoli costruito intorno alle municipalità, articolare la provincia in almeno 10/11 aree omogenee, bisogna lasciar lavorare i responsabili dei Forum, nominati al di fuori di ogni logica correntizia, dando forza ad energie che devono stimolare la partecipazione facendo leva sulla competenza, sul radicamento territoriale, sulla voglia di fare bene, occorre incontrare la parte viva della città (parti sociali, centri di ricerca ed università, l’intellettualità diffusa).

Bisogna mettere in campo “il coraggio dell’identità“, caratterizzarci con una coerenza sempre più rigorosa, affermare la libertà nelle scelte. La “disperata rassegnazione” che induce al “tanto sono tutti uguali” può essere sconfitta solo dai fatti e non più dalle dichiarazioni. Distinti dagli affabulatori inefficaci, da collusi e insulsamente corrotti; distanti da tutte le mafie, da ogni forma di compravendita del voto perché proiettati alla conquista del consenso.

Votando De Magistris è stato scelto un modo per “scassare“, per rompere equilibri consunti e promuovere qualcosa di nuovo. Indistintamente nuovo. Al Pd spetta il compito di rimettere al centro la politica, quella fatta delle scelte mirate per il lavoro, che punta a rigenerare pensieri lunghi, convinzioni, militanza di tanti uomini e donne che si riconoscono in un progetto.

La sinistra parte da un dato inequivocabile: gli errori commessi, la corresponsabilità sostanziale nel non essere riuscita a rimuovere il profondo e diffuso degrado che caratterizza gran parte dell’area metropolitana.
Il nuovo non può passare solo attraverso l’anagrafe, né percentuali di genere, né cooptazioni gerarchiche, ma attraverso un nuovo atteggiamento mentale, umile, responsabile, competente; attraverso una nuova proposizione politica e programmatica, riformista e concreta, con un nuovo impianto organizzativo e finalità conformi ai proponimenti. Ripartiamo da qui.

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