#VentiRighe – Più inferno che carcere

Ho provato. Ho chiuso gli occhi e mi sono ritrovato virtualmente nella cella di un carcere

[Sono in attesa di giudizio, indagato per spaccio di droga. In realtà ne faccio uso personale e me ne sono fornito in una certa quantità in Colombia durante un viaggio mirato a procuramene piuttosto agevolmente. Mi sono illuso di farla franca. Sbarcato in Italia, hanno scoperto nella valigia venti dosi di eroina, fiutate dal pastore antidroga di un finanziere. Arresto e trasferimento in carcere nel furgone della polizia penitenziaria. Ad occhi chiusi, dalla memoria fotografica sono emerse le drammatiche immagini di Rudolf Kruger: celle lager, detenuti in condizioni subumane, spazi angusti, servizi igienici senza privacy. Con gli occhi chiusi ho scorso le righe di articoli denuncia sulla situazione delle carceri italiane, di alcune in particolare. Esplosivo il dato sul sovraffollamento: la “normalità” delle strutture, indicata in 50mila detenuti, è assolutamente impropria, incompatibile con lo spazio minimo di cui avrebbe diritto ogni recluso. E’ un’estate limite per Meteo: mai visto tanto caldo africano e per tempi lunghi come in questa stagione, nella cella la temperatura percepita è vicina ai cinquanta gradi, i compagni di cella sono madidi di sudore, un paio sono stesi in terra, perché i materassi sono infuocati. Il benvenuto è di Giacomo: “Ce sta ’nu posto libbero, chillu llà, eh. ’nfaccia ’o muro, a destra. S’è liberato stammatina. Era di Totonno, ’nu guaglione ca teneva vint’anne, era di Scampia. Stanotte, mentre durmevemo, s’é acciso. Senza fa rummore. ha legato nu lenzuolo a chella sbarra, chella chiù alta e attorno ’o cuollo”.

Totonno era in carcere preventivo da cinque mesi, in attea di giudizio, accusato di rapina].

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Apro gli occhi e leggo il rapporto di Antigone.

In Italia la popolazione carceraria cresce ogni anno di tremila detenuti e le strutture sono le stesse di un anno prima, cioè stracolme al limite di sanzioni della Commissione europea per i diritti umani. Situazione specialmente critica in Lombardia dove in molte celle convivono tre detenuti (tre metri quadrati per ciascuno di loro). In venticinque anni si contano 25 mila casi di detenzione illegittima e sarebbe interessante conoscere quanti sono quelle di detenuti in carcere preventivo.

Allucinanti le storie di presunti assassini che hanno scontato pene decennali prima di scoprire la loro innocenza, ma non meno tragici sono i casi di suicidio: ventisette dall’inizio del 2017 (quarantacinque nel 2016).

Antigone denuncia il ricorso spesso ingiustificato della custodia cautelare, tra l’altro in aumento. Sono poco più di un terzo i reclusi in attesa di giudizio e in misura modesta si tratta di impedire reiterazione di reati o rischi di fuga. In carcere una cinquantina di madri con i loro bambini di età inferiore ai tre anni.

Fin qui dati statistici e alcuni riflessioni di massima sul sistema carcerario, ma sullo sfondo si delinea l’insolvenza del nostro Paese relativamente all’obiettivo ritenuto primario dal mondo evoluto della riabilitazione. Alla privazione della libertà, di per sé severa punizione, che può capire solo chi anche per un solo giorno è stato rinchiuso in una cella, il sistema carcerario sarebbe tenuto a operare per il reinserimento dei detenuti. Troppo spesso la detenzione negli istituti di pena italiani induce invece i carcerati a proseguire nel percorso delinquenziale una volta scontata la condanna.

La procura di Roma è protagonista di un’inchiesta sulle morti in carcere per il reato di istigazione al suicidio: celle invivibili, insufficienza di personale medico, uso eccessivo di psicofarmaci (per antagonizzare l’angoscia della detenzione) e rischiamo una nuova condanna di Strasburgo.

Il caso limite di Vehbija Hrustic, 30 anni. Incensurato, in detenzione preventiva, la figlia di un anno con una grave patologia cardiaca. La bambina è morta in ospedale e lo hanno comunicato al padre in carcere. Hrustica, sconvolto dal dolore, si è chiuso in un ostinato silenzio. L’uomo si è ucciso impiccato nel bagno di Regina Coeli. Tutti erano consapevoli delle sue condizioni di soggetto a rischio suicidio, niente è stato fatto per impedirlo con controlli di vigilanza a vista. Il carcere ha continuato a sostenere che la terapia a base di psicofarmaci a cui era sottoposto era efficace.

La magistratura indaga sul caso, ma qualsiasi esito dell’inchiesta non restituirà la vita a Vehbija Hrustic.

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