Stefano Senardi, fiore all’occhiello della discografia italiana, ci parla della musica in Italia ripercorrendo la sua carriera.

Stefano Senardi, discografico italiano di fama internazionale, parte dalla CGD (Compagnia Generale del Disco), passando dalla Warner, diventando infine presidente di Polygram. Fondatore dellla Nun Entertainment, direttore Radio Fandango. Ha lanciato i Simply Red, lavorato con Madonna, Frank Sinatra, Eric Clapton, U2, Sting, Prince, Tracy Chapman, Matt Bianco, Litfiba, Vanoni, Tozzi, Raf, Pooh, questo solo per citare alcuni dei suoi importanti contributi nel campo discografico. Insomma professionisti come lui sono un vanto per la nostra discografia, e sono anche, come ammette lui stesso, una “specie” in via d’estinzione.

Stefano, tu sei uno dei più affermati discografici del panorama italiano ed internazionale, hai decenni di esperienza alle spalle, come è iniziato il tuo rapporto con la musica?

“Il mio rapporto con la musica è iniziato fin da piccolo, ascoltando i dischi dei miei genitori. Il primo disco che ricordo in maniera ancora molto chiara è “Questa piccolissima serenata” di Carosone, che mettevo in continuazione. Poi da ragazzino ho iniziato a comprare e ascoltare molti dischi, ho lavorato in un negozio di dischi, poi ho iniziato a lavorare per Caterina Caselli, rispondendo ad un annuncio sul Corriere della Sera.”

Ecco, oggi giorno, come si diventa discografici, qual’è la strada da intraprendere per un giovane che vuole entrare in questo mondo?

“Questa è una domanda difficile, anche perché stiamo parlando di una categoria purtroppo in estinzione! Io che iniziato a lavorare alla fine del ’79, sono trentaquattro anni che sto in questo ambiente, ed ho vissuto cambiamenti radicali, anche dal punto di vista della tecnologia; ricordo quando alla Warner hanno portato per la prima volta una macchina del fax, sembrava che arrivasse da Marte. Così per il fax, poi telefonini, internet e così via. La discografia è molto cambiata, ormai il discografico può anche essere lo stesso artista. Ci sono delle situazioni, soprattutto in rete, dove le figure professionali si confondono: il consumatore è anche artista, l’artista è discografico di se stesso, avvolte anche editore. Quindi la la figura del discografico si va molto assottigliando.”

Tu hai partecipato attivamente anche a talent show come Amici di Maria de Filippi, che consiglio dai ai giovani,? Puntare ai Talent come trampolino di lancio, oppure mantenersi sulla classica strada della gavetta?

Una strada non esclude l’altra. Io adesso sono anche consulente supervisore di X Factor. Diciamo che Amici è più una scuola, mentre X Factor è più uno spettacolo televisivo, con un taglio diverso. Il genere musicale di amici è abbastanza monotematico, ma ha dimostrato che si possono ancora vendere dischi ai giovani, c’è stato un momento prima della nascita di questa trasmissione in cui si pensava che i ragazzini non comprassero più i dischi. Il genere è un po’ nazional-popolare, ma fa parte della nostra cultura, e va bene che ci sia anche quello. Ad X Factor di contro c’è più spazio, anche grazie all’impostazione data dai giudici, viene data la possibilità di essere un po’ diversi, non per forza pop melodico italiano insomma. Il mio consiglio è che non bisogna crearsi delle false illusioni, la gavetta è fondamentale, anche se uno ha la fortuna di capitare in una talent. Come abbiamo visto, i giovani di Sanremo da sempre, certi giovani di amici e la maggioranza dei giovani di X Factor non vanno da nessuna parte, perché la visibilità televisiva è importantissima ma va accompagnata, non solo dal talento, ma dallo studio, dalla disciplina e dalla voglia di lavorare e di migliorare sempre.”

Quali sono le differenze fondamentali tra la musica italiana e quella internazionale?

La prima è quella economica, perché il margine di rischio dell’investimento è ridotto, quindi la qualità della registrazione, l’utilizzo di certi musicisti, la produzione di videoclip, hanno tutta un altra importanza, perché il mercato internazionale, soprattutto inglese e americano, nonostante la crisi resta più ricco e ha la possibilità di svilupparsi non solo all’interno del proprio territorio, ma di vendere il proprio prodotto anche al di fuori. L’artista italiano, anche il più famoso difficilmente riesce a esportare il proprio prodotto, quindi l’investimento deve essere recuperato soprattutto sul territorio nazionale.”

Citando Franco Battiato che in un un’ intervista di qualche anno fa diceva che nella musica oggi si da troppa importanza all’aspetto estetico, che rapporto c’è per te tra la musica e l’estetica? Quanto conta per un musicista avere un certo look?

Conta nella misura in cui il look è originale e credibile. Il look deve far parte del carattere, del carisma e del modo di pensare e di vivere dell’artista, altrimenti quei look un po’ appiccicaticci alla fine durano poco, la gente se ne accorge. Bisogna essere ispirati.”

Tra i maggiori impegni che hai avuto negli ultimo anni c’è anche la direzione artistica del Live 8 italiano, che ricordi hai di questa esperienza?

I ricordi sono belli e brutti in parte uguale. Io sono stato chiamato quando il Live 8 italiano era saltato, per mettere apposto tutto e per evitare che l’Italia venisse esclusa da questo evento planetario. Ho avuto cinque giorni per mettere insieme tutto, ho dovuto placare le liti tra i vari impresari, tra i cantanti, quelli che c’erano solo per esserci, quelli che volevano esserci solo per avere una certa visibilità, e che hanno addirittura simulato guasti tecnici ritardando l’esibizione per essere ripresi durante il passaggio internazionale. Insomma è stato massacrante, però alla fine ne è valsa la pena, perché sono riuscito a far suonare trentacinque grandi artisti italiani, e alcuni dei quali, come ad esempio la Laura Pausini, si sono dati molto da fare per recuperare il Live 8. Anche Jovanotti si è dato molto da fare, e alla fine con l’orchestra di Piazza Vittorio, ha fatto una performance straordinaria, capendo lo spirito dell’iniziativa. Lui era anche quello che avrebbe avuto più meriti e diritti per avere un esposizione maggiore nel collegamento internazionale, ma si è volontariamente tirato fuori dalla mischia. Nel complesso è stata un esperienza professionale fantastica e anche una prova di tenuta di nervi.”

Parlaci dei tuoi progetti attuali, in cosa sei impegnato ora?

La cosa principale, in cui sono impegnato ormai da tre anni, è il progetto Puglia Sounds, con il quale abbiamo dato, nell’ultimo anno, più di cento borse di studio a musicisti pugliesi e abbiamo realizzato produzioni di grandi artisti italiani, da Silvestri a Jovanotti, oltre ad aver prodotto tante altre iniziative. Ci stiamo occupando di promuovere il prodotto pugliese, fuori dalla Puglia attraverso la musica, cercando di creare economia in questa filiera, in quanto con la produzione di eventi che coinvolgono grandi artisti e le rispettive troupe, c’è tutta un economia che gira: lavorano gli hotel, ristoranti, elettricisti e così via. Dal 29 novembre 2 dicembre a Bari ci sarà il Medimex, una grande fiera di musica del Mediterraneo, dove si incontreranno millecinquecento addetti ai lavori di tutta Europa e faremo suonare tanti artisti. Poi come autore ho realizzato alcune monografie di cantanti famosi per Rai 2, e come ho già detto sono in pieno X Factor”.

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