Strage sull’A16 a Monteforte Irpino, tensione al processo

“Quel bus non era una carretta, io la 41esima vittima” in aula il titolare dell’agenzia di viaggio e il funzionario della Motorizzazione civile

Avellino, 7 aprile – Udienza movimentata al processo in corso ad Avellino, per la tragedia del bus di Monteforte Irpino: strage avvenuta la sera del 28 luglio del 2013 sull’autostrada Napoli-Bari, in cui persero la vita 40 persone. Da considerarsi uno dei più gravi incidenti stradali della storia italiana.

Ad essere ascoltati in Aula di Corte d’Assise, due degli imputati accusati a vario titolo di omicidio plurimo colposo e disastro colposo. Trattasi di Gennaro Lametta, titolare dell’agenzia di viaggio e proprietario del bus alla cui guida c’era il fratello Ciro, deceduto nell’incidente, e Vittorio Saulino, funzionario della Motorizzazione civile di Napoli, che deve rispondere di falso in atto pubblico per aver attestato falsamente l’avvenuta revisione del mezzo finito nella scarpata.

“Quel bus non era una carretta come è stato descritto – ha affermato il primo dinanzi al giudice monocratico Luigi Buono e in risposta alle domande del proprio legale Sergio Pisani – non ho perso solo mio fratello in quel tragico incidente, ma altri 39 amici. Io sono la 41esima vittima di quella strage”.

La manutenzione era costante, così come era stata superata la revisione, ha spiegato ancora Lametta,  “Sarei stato un pazzo altrimenti a far circolare quel pullman – continua – non dimenticate che a bordo c’era mio fratello. Quel bus era stato quindici giorni prima a Medjugorje e poi a Montevergine, e non c’era stato alcun problema”.

Più brevi le dichiarazioni di Saulino, rappresentato dall’avvocato Antonio Rauzzino, che ha rilasciato una propria deposizione spontanea. “La firma sulla revisione non è mia – dice – se proprio avessi voluto produrre un falso lo avrei fatto sicuramente meglio. Potevo mai essere così superficiale e negligente da pensare di non essere scoperto, dovevo essere solo un povero pazzo. Mi ritengo totalmente estraneo ai fatti che mi vengono contestati e prova della mia buona fede i 36 anni di servizio in cui non ho mai avuto contestazioni”.

A fine udienza, che si aggiorna al 13 e 20 aprile, i familiari delle vittime hanno inveito contro Gennaro Lametta. “Devi marcire in carcere, assassino“, gli hanno gridato mentre si allontanava accompagnato dal suo avvocato, mentre il dipendente della Motorizzazione ha provato a giustificarsi: “Devono sapere che io non c’entro niente”.

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