Camorra: boss al 41bis minaccia il pm D’Alessio

Augusto La Torre, intercettato: “D’Alessio deve sapere che se anche se sto al 41bis comando lo stesso e posso sempre far fare una brutta fine alle persone”

“D’Alessio deve sapere che se anche se sto al 41bis comando lo stesso e posso sempre far fare una brutta fine alle persone” sono le parole choc che il boss della camorra casertana Augusto La Torre ha pronunciato nel corso di un colloquio in carcere avuto con il fratello Antonio, che il gip Maria Gabriella Pepe, nell’ordinanza di misura cautelare, ha definito una “minaccia velata” nei confronti del pm della Dda Alessandro D’Alessio, titolare di molte inchieste contro i La Torre. Una indagine che nasce nel 2015 quando dopo 25 anni si prospetta la possibilità per il boss di Mondragone di uscire dal carcere.

Iniziano così una serie di intercettazioni sia in carcere che all’esterno. Ed è da queste conversazioni che gli investigatori scoprono che il boss attraverso il fratello Antonio e il figlio Tiberio stava riorganizzando il clan e gestendo l’acquisto di alcune armi da guerra.

La Dda di Napoli ha così chiesto e ottenuto dal Gip la carcerazione preventiva per Antonio La Torre, 62 anni, per il nipote 31enne Tiberio, figlio di Augusto, per il 29enne Luigi Meandro e il 41enne Salvatore De Crescenzo, con l’accusa per tutti di detenzione illegale di armi comuni da sparo e da guerra con l’aggravante del metodo mafioso. Per il boss, in carcere dal 1996, è arrivato invece un avviso di garanzia per estorsione aggravata.

Nell’indagine, realizzata dai carabinieri della compagnia di Mondragone e dal personale del Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, sono stati intercettati numerosi colloqui in carcere tra Augusto e i parenti, tra cui quello in cui il boss minaccia esplicitamente il pm anticamorra Alessandro D’Alessio, titolare dell’inchiesta insieme alla sostituta Maria Laura Morra. Dai colloqui captati dalla Penitenziaria, si evince come Augusto fosse sicuro, già nel 2015, di uscire di cella e di andare ai domiciliari. In passato aveva collaborato con la giustizia senza però ricevere sconti di pena, in quanto le sue dichiarazioni erano state ritenute riduttive dai giudici; in carcere aveva inoltre dato prova di voler cambiare, essendosi laureato in psicologia.

Così, con la collaborazione del figlio e del fratello, peraltro già raggiunto da provvedimenti per reati associativi, ha iniziato a riorganizzare l’arsenale del clan, reperendo armi e custodendole. Armi che servivano a presentarsi dagli imprenditori a cui chiedere il pizzo. Inoltre lo stesso boss, tra marzo e aprile 2015, ha inviato dal carcere di Pescara una lettera minatoria all’amministratore di un condominio di Mondragone, con la quale pretendeva l’assunzione di suo figlio Tiberio, fatto che poi non si è verificato per il rifiuto della vittima; nello stesso periodo, Augusto La Torre ha inviato una seconda lettera di minacce al proprietario di numerose abitazioni all’interno del condominio, con la quale ha richiesto la somma di 25.000 euro. Anche in questa occasione la vittima però non ha aderito alla pretesa.

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