Alla Redazione di NapoliTime: Salviamo la Biblioteca Serra.

“Ho sempre lottato per il loro bene e ora li vedo festeggiare la mia morte”.
Furono queste le ultime parole che il nobile giacobino Gennaro Serra di Cassano sussurrò al padre poco prima di recarsi al patibolo così come aveva deciso il Tribunale del Re Borbone. I Serra di Cassano, Gaetano Filangieri, Eleonora Pimentel Fonseca, insieme ad altri intellettuali napoletani, il 23 gennaio 1799 avevano aperto una stagione rivoluzionaria e nuovi spiragli di luce e ovunque aleggiava quel vento di libertà che dalla Parigi rivoluzionaria era arrivava fin alle falde del Vesuvio.

Ma il 13 giugno dello stesso anno, le armate sanfediste al seguito del cardinale Ruffo di Calabria, entrarono nella città, spegnendo ogni sogno di libertà e il 20 agosto dello stesso anno in una gremita piazza Mercato il giovane Gennaro Serra salì al patibolo. Il padre, il conte Luigi Serra chiuse, in segno di protesta, il portone del Palazzo Serra (che tale è rimasto per 200 anni).

“Il palazzo chiuso in faccia al tiranno”. Oggi, parafrasando il titolo del libricino (piccolo di formato, ma ricco di storia, di idee e di cultura) di Pietro Gargano e rileggendo le parole di Gennaro Serra, sembra che si stia ripetendo lo stesso “corso”: la biblioteca del Palazzo che ospita TRECENTOMILA libri, molti dei quali rari, è stata sfrattata dallo storico edificio napoletano. La biblioteca ospita dalla prima edizione italiana dell’Encyclopedie di Diderot, D’Alembert, gli scritti di Giordano Bruno, G.B. Vico, Benedetto Croce (solo per citare i più noti).

Questa premessa ci sembrava opportuno perché noi in questi giorni ci sentiamo ancora una volta traditi dai potenti di turno che nulla hanno fatto per conservare un patrimonio culturale di inestimabile valore: a nulla è valso l’impegno di un uomo come Gerardo Marotta che, sacrificando se stesso, ha cercato di salvare la Biblioteca dal baratro.

Gennaro Serra, ultimo patriota della resistenza contro l’armata sanfedista, rivolse le sue ultime parole contro quei lazzari che ritornavano ad applaudire il re Ferdinando, lasciando sempre l’amarezza di una rivoluzione mancata per colpa di connivenze col più forte o semplicemente perché è più facile farsi asservire dai più forti senza muovere un dito. Oggi il grido di Gerardo Marotta è rivolto ai tanti della politica delle nostre istituzioni che, anche se mossi da buoni intenti, non hanno alzato un dito affinchè un solo libro uscisse da quel portone che tanti ideali e valori può ancora comunicarci.

A quel grido si unisce il nostro modestissimo contributo: quello di semplici cittadini che tanto hanno imparato in quelle sale e sui quei libri e tanto ancora devono imparare e insegnare ai propri figli ed alunni. 

Se così non è allora siamo alla decapitazione di Napoli e del Mezzogiorno e il precipizio nel passato più buio.

Lettera alla Redazione di Giovanni e Rosaria Secondulfo.

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