Napoli e le realtà discriminate nei racconti di Monica Florio

Prima della diversità non si parlava quasi, ma, si sa, l’argomento era tabù. Oggi la situazione si è ribaltata. Se ne parla molto, forse troppo. E dico “troppo” perché spesso i discorsi che si fanno hanno una motivazione strumentale.

Nel senso che di diversità si parla per apparire alternativi, anticonformisti, politicamente corretti. E insomma far bella figura  e riscuotere l’applauso collettivo.  Ma la raccolta di racconti “Il canto stonato della Sirena” di Monica Florio (Ilmondodisuk Libri, pp. 144, € 13,00) rappresenta un’inattesa eccezione. E basta leggere le prime pagine per rendersene conto.

Fa eccezione perché in esso l’attenzione ai diversi, agli emarginati, ai perdenti nasce in primo luogo da un autentico e intenso sentimento di solidarietà e di fratellanza verso “l’altro”, l’altro chiunque egli sia, e in secondo luogo dalla consapevolezza di come il concetto di “normalità” costituisca in effetti soltanto un’astrazione, perché ognuno di noi nel chiuso del suo cuore sa di essere, ed è, diverso da tutti coloro che lo attorniano, e identico solo a sé stesso.

Voglio dire che ognuno di noi, in quei momenti  (che credo capitino a tutti) in cui la percezione della propria identità si fa più lucida e sofferta, avverte con esaltazione e sgomento di esser solo, completamente solo (senza l’ausilio di potenziali anime gemelle), a fronteggiare con la sua disarmata unicità la spietata giungla del reale.

Ecco: almeno a mio giudizio, è da questa infinita pietas per la condizione umana in quanto tale che  germina la capacità di immedesimazione della Florio, una capacità di immedesimazione che saremmo tentati di chiamar virtuosistica se nell’aggettivo non fosse implicito un certo che di forzato e artefatto, mentre il libro di cui parliamo ha la coinvolgente schiettezza di ciò che senza mediazioni vien fuori dal cuore. Si tratta comunque di una capacità di immedesimazione eccezionale, tanto più che non ci troviamo di fronte a un’opera con un unico protagonista, ma a una silloge di racconti con protagonisti multipli.

E allora con stupore assistiamo alle metamorfosi dell’autrice la quale con la stessa naturalezza si immedesima nel bambino solitario che ha come unico confidente il suo orsacchiotto di pezza, nel ragazzo autistico prigioniero del proprio handicap, nella donna disabile umiliata dalla sedia a rotelle, e perfino nello scimmiotto vittima dell’esibizionista che vorrebbe degradarlo a risibile marionetta.

Ma adesso veniamo allo sfondo, e, com’è di prammatica, alla lingua. Dunque, lo sfondo è una Napoli letterariamente insolita, no, non la città del lungomare, di piazza de Martiri e di via de’ Mille, ma quella delle strade dove passiamo senza guardarci intorno, capite, le strade senza panorama, senza belle vetrine, senza fanciulle chic, e tuttavia si tratta di un contesto che resta impresso nella mente del lettore  e che a me ha in qualche modo ricordato il paesaggio colmo di malessere descritto dalla Ferrante in “L’amore molesto”.

E, quanto alla lingua, beh, essa è talmente piana, limpida e scorrevole che riesce a infondere compostezza, normalità e, per così dire, “classicità”  anche nei contenuti più anomali.

di Giovanna Mozzillo

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