Tagli alla Cultura. Il Teatro ai tempi della crisi.

Il teatro italiano è in crisi ed ogni città cerca di dare una risposta a ciò che sta accadendo. Esiste, anche in questo settore, il tentativo  di una progressiva precarizzazione del lavoro per quelli che verranno, ed un abbassamento dei livelli salariali per quelli che ci sono adesso. Nel frattempo si assiste a coraggiose proposte autofinanziate di gruppi emergenti o l’autogestione di alcuni teatri, ma ciò che preoccupa è il fatto che siano finanziati sempre i “soliti noti”,  che si autodefiniscono garanti della cultura e del patrimonio teatrale italiano.

Si deve considerare che sono circa seicento i gruppi  nati di recente che stanno cambiando volto alla scena italiana, i cui attori e registi sono giovanissimi e si stanno affermando a livello nazionale approdando alle ribalte più importanti. Sebbene anche quest’anno i teatri, alla vigilia della nuova stagione, devono fronteggiare le preoccupazioni per i tagli, il calo degli abbonati e le prevedibili contrazioni al botteghino, a Napoli c’è una risposta concreta da parte degli imprenditori teatrali napoletani al fine di favorire il rilancio dei palcoscenici e delle compagnie della città.

La riapertura del Teatro Trianon ha segnato un nuovo inizio dopo la sua chiusura nella stagione 2020/2011, a seguire la spinta innovativa c’è stato il sodalizio tra i due teatri comici della città, il Totò e il Bracco, che hanno unito le loro forze per formare la “Compagnia stabile napoletana”, così come il Teatro Sannazaro, che ha inaugurato la nuova compagnia “Il teatro di Luisa Conte” con un progetto triennale.

Ma il teatro è fatto anche da “lavoratori delle fondazioni liriche” la cui voce si è fatta sentire negli scorsi mesi a causa del Decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 aprile 2010 per il riassesto delle fondazioni lirico-sinfoniche dove nell’articolo 2 e nell’articolo 3 sono  evidenti che le riforme approvate  sono propedeudiche solo al taglio delle spese nel comparto del personale additato quale colpevole principale del grave dissesto finanziario in cui si dibattono molte delle fondazioni liriche.

Nessuna soluzione viene, infatti, proposta nel testo del decreto per ovviare agli sprechi connessi ai costi esorbitanti di molte produzioni, per calmierare gli eccessivi cachets degli artisti ed i compensi sostanziosi degli amministratori  nonché di rideterminare i criteri di scelta degli organi di amministrazione attualmente oggetto di mera spartizione politica.

Teatro e crisi, teatro e finanza, teatro e lavoratori, negli ultimi tempi la parola “teatro” ha sempre un altro sostantivo accanto che non conduce mai a quello dell’ideale fondatore, cioè “Cultura”. Tutti gli ultimi Governi hanno effettuato tagli alla cultura. In una intervista il Direttore del Teatro Il Piccolo di Milano Sergio Escobar ha dichiarato:  “Quello che preoccupa davvero è che non si riesce a far passare l’idea che la cultura possa rappresentare una concreta occasione di sviluppo per il nostro Paese”, continuando a proposito di battaglie da portare avanti: “La rinuncia a seguire le mode per proporre un teatro che sia davvero di ricerca e che si sporchi le mani con la realtà.

Occorre ridurre gli sprechi e avere grande senso di responsabilità nella gestione del denaro pubblico. Oggi, più che mai poi, è necessario inventarsi nuove forme di collaborazione. Perché fare sistema economicamente aiuta, soprattutto perché in un’epoca in cui la comunicazione è globale sarebbe folle, oltre che autodistruttiva, qualsiasi forma di chiusura. In tempi di crisi la gente va molto di più a teatro perché la prosa, a differenza di altri linguaggi, è in grado di aiutare a leggere la complessità della realtà. Compito del teatro oggi, è dunque raccontare, con gli strumenti di sempre, storie che sappiano aiutare il pubblico a decifrare l’indeterminatezza in cui viviamo per ricondurre il tutto a identità.”

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