Napoli e Cuba. L’informazione ai tempi del colera. Intervista ad Alessandro Senatore, autore del libro “L’Anarchico elegante”.

Informare è un dovere. Farlo in maniera corretta è un atto di responsabilità. Nei media nazionali, ma anche all’estero, si sprecano articoli sui problemi della città di Napoli. Un fiume di parole e informazioni che evidenziano costumi, usanze e maleducazioni partenopee, ma presenti in tutta Italia, in tutto il mondo. Luoghi comuni alimentati ad arte, per tutelare e rasserenare territori e poteri che non devono cambiare.

L’Informazione di molti media nazionali, quando tratta argomenti riguardanti la città di Napoli, deve sempre essere approfondita dal lettore, pena l’acquisizione di informazioni fuorvianti. Come fuorviante è stata la verità descritta dai quotidiani nazionali sugli ultimi eventi accaduti a Cuba, altro paese sempre penalizzato dai luoghi comuni dell’informazione. Non è un caso, ci sono molte similitudini tra Napoli e il paese caraibico, molte positive, ma che proprio per questo sembra non debbano emergere.

Ne discutiamo con l’avvocato Alessandro Senatore, già autore del libro “L’Anarchico elegante” (Guida). E’ stato Presidente dell’Associazione Avocats Sans Frontieres – Italia Meridionale. Attualmente riveste l’incarico di Presidente dell’Istituto di Cooperazione e Sviluppo Italia Cuba – Regione Campania (Sportello Consolare istituito in collaborazione con l’Ambasciata di Cuba a Roma) ed è delegato per le relazioni internazionali dell’Ordine degli Avvocati di Napoli.

Avvocato Senatore, l’arresto dei giornalisti italiani e quello della blogger Yoani Sanchez, ha riportato Cuba alla ribalta dei media nazionali. Pensa che l’informazione sia stata plasmata a uso e consumo di determinati interessi?

“Si tratta di due episodi diversi. Nel primo caso – come è stato subito chiarito dai funzionari dell’Ambasciata italiana a Cuba – non si è trattato di arresto ma di un fermo legato alla violazione delle norme sull’immigrazione. Bastava leggere le dichiarazioni rese dai diplomatici italiani a TM News: “Non parlerei di un processo” è più una “sorta di colloquio con le autorità locali per chiarire alcuni punti”, in quanto il caso era nato perché i giornalisti si erano recati a Cuba con visto turistico e non con il visto di lavoro. Tutto è stato esaltato proprio perché si parlava di Cuba.

E’ stata un’ingenuità, una dimenticanza o una provocazione?

“Non lo so e non sta a me dirlo, posso solo ricordarle che pochi mesi prima si era verificato un episodio analogo e, anche in quel caso, i giornalisti italiani furono rispediti a casa. Guardi, come avvocato mi interesso anche di diritto internazionale, e penso che sia buona norma – prima di andare all’estero- conoscere le leggi, gli usi e costumi degli altri paesi, a meno che non si abbia una concezione colonialistica del mondo, in forza della quale a noi occidentali sarebbe concesso di comportarci come ci pare, anche se siamo a casa degli altri. Quando promuovo le aziende italiane a Cuba, per favorire gli scambi commerciali tra i nostri Paesi, chiedo un normale visto di lavoro per me e gli imprenditori che accompagno. Non entriamo in un paese straniero come turisti, violando le regole migratorie di quel paese.

E per ritornare all’arresto della blogger Yoani Sanchez?

“Qualche anno fa, intervenni come relatore ad un convegno dal titolo “Cuba ci fa male” un convegno che era una sofferta dichiarazione d’amore verso un paese, che nella storia del novecento, ed in particolare per l’America Latina, ha rappresentato una speranza. Il continente sud americano, nella seconda metà del secolo scorso, è stato attraversato dalle immani violenze delle dittature in Cile, Bolivia, Argentina, Brasile e senza l’esperienza rivoluzionaria cubana sarebbe stato difficile immaginare la vittoria di Lula in Brasile e la rinascita della sinistra in Sud America. Non si può parlare di Cuba ignorando la “guerra fredda” che è in atto con gli Stati Uniti da oltre 50 anni e l’ingiusto embargo, imposto dalla più grande potenza mondiale alla piccola isola caraibica, che strangola la sua economia. Nonostante la netta condanna dell’ONU, che si verifica ogni anno da oltre vent’anni, nessuno si indigna all’idea che – ad esempio – al governo di Cuba è vietato acquistare liberamente i farmaci antitumorali per i suoi bambini solo perché sono prodotti dalle industrie farmaceutiche nordamericane.
Ed è in questo contesto storico che va inquadrata la vicenda di Yoani Sanchez e l’accusa rivoltale di essere finanziata da un governo straniero, che ha stanziato 20 milioni di dollari per la “promozione della democrazia” a Cuba. Condiziona la sua credibilità, anche agli occhi dei stessi cubani. E’ chiaro che come cittadino e come avvocato mi auguro che Cuba si “apra al mondo” e che questa “guerra” con gli Stati Uniti cessi quanto prima, ma è altrettanto auspicabile che il mondo si apra a Cuba senza preconcetti. Ed è per questo che non smetterò mai di dialogare con gli amici cubani.”

Quindi trova normale tutto il clamore suscitato da questo arresto?

Non è un caso che i cittadini italiani ignorino la vicenda dei 5 cittadini cubani che sono stati ingiustamente condannati negli Stati Uniti. Nessuno sa che sono detenuti nelle carceri dal 1998 e che, addirittura, a loro viene negato il diritto di vedere i propri familiari. La verità è che le notizie che devono passare su Cuba, sono quasi sempre negative mentre per i paesi ricchi circolano principalmente quelle buone. Questa discriminazione riguarda soprattutto quelle città o nazioni, che non godono della protezione dei poteri forti e, certamente, tra questi ci sono Napoli e Cuba. In buona sostanza Napoli fa notizia solo se si parla di camorra e spazzatura, per Cuba i dissidenti e la prostituzione, con la variante della scomparsa di Fidel Castro, la cui morte è stata annunciata almeno cento volte negli ultimi quindici anni. Ovviamente è quasi impossibile far circolare notizie positive su Napoli e Cuba, come se nulla di buono possa accadere in queste realtà. Tutto ciò serve a rafforzare i luoghi comuni per rassicurare il lettore, che deve sentirsi confortato dalla lettura del giornale. A Milano si lavora, a Napoli si ruba; in Germania si produce ricchezza, in Africa si muore di fame etc.”

Determinata informazione nasce con l’intento di lasciare un messaggio ai lettori? Tipo: la sporcizia e il pericolo sono altrove?

C’è soprattutto il disegno di voler addormentare le coscienze. Il messaggio è: ‘dovete stare tranquilli. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, e quindi rassegnatevi, non ci sarà nessun cambiamento. Se poi pensate di avere dei problemi, non lamentatevi, perché in altre parti del mondo le cose vanno sistematicamente male.’”

In effetti ultimamente è stata pubblicata la notizia (Skytg24) che ragazzini giravano armati a Scampia, a Napoli. Ma dall’approfondimento dell’articolo è emerso che la vera notizia era che erano stati tutti già arrestati. C’è una grande differenza, quanto meno nella paura recepita.

Appunto. Prendiamo la notizia diffusa nel mondo intero dell’epidemia di colera a Cuba. La verità è che non si è trattato di epidemia, ma di casi isolati. Il tutto accaduto a circa 900 km dalla capitale. Quelle notizie servivano a destabilizzare l’economia di un paese che trova sostentamento principalmente nel turismo. Come dire: ‘non andate a sciare in Valle D’Aosta perché si è ammalata di colera una persona in Sicilia’. Se fosse accaduto in qualsiasi altro paese, la notizia non sarebbe stata nemmeno pubblicata o sarebbe stata messa a tacere.

Lei ci invita alla riflessione.

“Non solo a riflettere, ma a non lasciarsi ingannare dai grandi titoli ad effetto e approfondire le notizie, soprattutto quelle riguardanti Napoli, Cuba e tutti gli altri sud del mondo. Bisogna superare un’insopportabile e anacronistica visione “eurocentrica” della vita, in un mondo, come il nostro ormai globalizzato, e nel quale paesi come Cina, India e Brasile si sono affacciati prepotentemente sulla scena internazionale. L’America latina cresce mentre l’Italia sta cedendo sovranità ai mercati e, per inseguire acriticamente modelli anglosassoni estranei al nostro modo di essere, ha finito con lo smarrire la propria identità culturale.

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