La P.A. distante dai cittadini anche nelle parole. La semplificazione della comunicazione fa risparmiare tempo e denaro.

Da sempre la Pubblica Amministrazione italiana è vista dal cittadino come una farraginosa macchina nella quale, una volta che ci si è imbattuti, si è destinati a perdere perché alla fine, come si dice con un atteggiamento di rassegnazione, “hanno sempre ragione loro”. A tal proposito per molti destinatari di provvedimenti amministrativi, è facile rievocare la scena manzoniana nella quale Don Abbondio parlava in latino per non farsi capire dal povero Renzo ignorante.

Qualche anno fa all’ingresso di un grande Ospedale italiano si leggeva la seguente frase: “Per mancanza di moneta divisionale i pazienti solventi sono pregati di presentarsi allo sportello muniti della suddetta”.

Se qualcuno dei lettori riesce ad interpretarne il significato vuol dire che ha un certo grado di cultura ma, un avviso del genere di quello testé citato è una comunicazione diretta a persone di cultura media. La frase in questione in effetti comunica agli utenti che chi si è rivolto all’ospedale dovrebbe pagare con i soldi contati la prestazione del medico perché la cassa non sempre ha le monete per dare il resto.

Ecco qual è la parola chiave: comunicare.
Con un linguaggio che è ancora oggi incomprensibile ai più, la P.A. sequestra, espropria, ordina, dispone, concede, a colpi di “visto”, “considerato”, “ritenuto”, “ad horas”, ed altri termini legati ad un linguaggio arcaico.

Costante è il richiamo di articoli di legge oppure dei semplici commi (nella parte della premessa o della motivazione dell’atto), dei quali neanche viene richiamato il contenuto. D’altra parte, il comune cittadino è sempre meno disposto ad impiegare tempo e risorse preziose per cercare di capire la cattiva comunicazione dell’Amministrazione e spesso si arrende magari davanti ad un provvedimento illegittimo, oppure è costretto a recarsi prima presso l’ufficio emanante per ottenere spiegazioni e, laddove non sia convinto, a recarsi da un legale per capire alla fine che il provvedimento è pienamente legittimo.

All’estero, nei paesi anglosassoni, Stati Uniti in testa, i primi tentativi di semplificare il linguaggio normativo risalgono ai primi anni ‘70, quando, su pressione dei movimenti dei consumatori, alcune banche e assicurazioni iniziarono un processo di ristrutturazione della loro comunicazione esterna. Verso la metà degli anni Settanta, comparvero negli Stati Uniti le prime leggi che stabilirono come alcuni tipi di documenti (ad esempio, certi contratti) devono soddisfare determinati standard di leggibilità, a pena di invalidità.

In Italia, con la legge 241 del 1990 e con le successive leggi “Bassanini” sono stati affrontati temi come la semplificazione dei procedimenti, l’apertura degli Uffici di relazioni con il pubblico, il riconoscimento di nuove figure professionali con competenze comunicative, tutte novità finalizzate ad avvicinare la Pubblica Amministrazione al cittadino ed a rendere sempre più basso il piedistallo sul quale di fatto si è mantenuta la prima per molti anni.

Nell’ottica della semplificazione dell’attività amministrativa, avviata con le Leggi Bassanini, tra il 1993 ed il 1995 furono emanati prima il “Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso della pubblica amministrazione” e poi il “manuale di stile”, per volontà dell’allora ministro Cassese.

Negli anni successivi, parecchie amministrazioni sia centrali che locali (ministero del tesoro, Regioni, ASL ecc.) hanno intrapreso iniziative per la semplificazione dei propri documenti. Nel 2002 è stata emanata la “direttiva sulla semplificazione del linguaggio e dei testi amministrativi” richiamandosi alle regole del codice di stile e nel manuale di stile. Da ultimo la Direttiva sulla semplificazione del linguaggio delle pubbliche amministrazioni, presentata nell’ottobre 2005.

Denominatore comune dei manuali e direttive citati è l’idea che per rendere sostanziali il diritto d’accesso, la trasparenza dell’attività amministrativa, la semplificazione delle procedure, è necessario puntare anche alla semplificazione e alla trasparenza della lingua perché ciò avvantaggia non solo il cittadino ma la stessa amministrazione.

L’uso di una lingua chiara e semplice permette di evitare, o limitare, sprechi di tempo: si riducono richieste di delucidazioni o di aiuto, rischi di dover richiedere al cittadino integrazioni della documentazione, possibilità di ricorsi. Bisogna spiegare al cittadino i motivi che hanno determinato l’adozione di un provvedimento e non è più possibile farlo richiamando solo norme giuridiche senza richiamarne (anche in una nota sintetica) il contenuto.

Nonostante quanto detto fin’ora, ancora oggi le pubbliche amministrazioni, non ultimi il Comune di Napoli e la Regione Campania, ma vale per tutta Italia, molto spesso continuano ad utilizzare il linguaggio burocratese nei testi dei loro provvedimenti. I funzionari più anziani, maggiormente ostili a cambiare stile linguistico, sostengono che semplificare la lingua con cui vengono trattati problemi complessi comporterebbe il rischio di togliere precisione ai testi (soprattutto per quel che riguarda la precisione giuridica).

Va però evidenziato che anche i tecnicismi, inevitabili in un testo normativo, possono essere semplificati, perché non vanno eliminati ma vanno spiegati. Molti funzionari pubblici inoltre sono ancora legati all’idea che un linguaggio difficile sia indice di autorevolezza e dignità della Pubblica Amministrazione. Secondo altri un linguaggio troppo semplice perde di eleganza.

Linguaggio semplice non significa necessariamente linguaggio piatto, banale e magari anche noioso, ma significa linguaggio che rimuove gli ostacoli linguistici alla comprensione, senza abbassare il livello intellettuale dei testi.

Le pubbliche amministrazione anche se stentatamente, da qualche anno stanno iniziando ad adeguarsi alle nuove regole di semplificazione del linguaggio, segno dei tempi che cambiano e della volontà -anche solo dichiarata- di evitare perdite di tempo e sprechi di energie per rendere più facile la vita sia ai dipendenti della pubblica amministrazione che hanno rapporti con il pubblico e sia ai cittadini che davanti a un testo chiaro e preciso, decideranno con maggiore serenità se l’operato dell’amministrazione sia stato giusto o meno evitando così anche inutili ricorsi.

Peraltro la comunicazione scritta ed il suo stile negli ultimi tempi cambiano in maniera molto veloce grazie anche ai nuovi mezzi di comunicazione come i social network, per cui anche le esigenze di chiarezza degli utenti aumentano costantemente.

E’ necessario quindi che le amministrazioni puntino alle competenze dei funzionari addetti alla redazione dei provvedimenti, e alla loro formazione, sia tenendo conto dei titoli di accesso, sia con specifici corsi di aggiornamento sulle tecniche di comunicazione scritta da rinnovarsi periodicamente per adeguarsi ai cambiamenti e alle esigenze dei cittadini.

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