Ki komunica ke kosa e soprattutto kome. L’(ab)uso della k: storia di un’evoluzione poco credibile

tvbLa comunicazione ed i suoi stili linguistici cambiano seguendo l’evoluzione delle abitudini sociali e culturali. Da diversi anni ormai si è affermato, soprattutto nelle comunicazioni via web, un linguaggio scritto caratterizzato da abbreviazioni che comportano una storpiatura delle regole grammaticali. La scrittura tachigrafica utilizzata dapprima nelle prime reti telematiche, poi negli SMS e oggi nei social network, è caratterizzata dall’uso della “k” in luogo del digramma ch; dalla x per per (xò ‘però’, xké ‘perché’, xciò ‘perciò’ e così via); dalla “riduzione” delle parole omettendo nella scrittura le vocali e qualche consonante: cmq ‘comunque’, grz ‘grazie’, nn ‘non’, msg/mex/ms ‘messaggio’, pb ‘problema’, pda (o pd’a) ‘perfettamente d’accordo’, qs ‘questo’.

Il fenomeno delle scritture tachigrafiche è molto diffuso in inglese e se ne trovano molti esempi, non solo in rete ma anche, per esempio, nei testi delle canzoni. Un settore in cui esse hanno invece assunto una grande importanza è quello degli SMS telefonici, che si inviano dai cellulari, nei quali si cerca di far entrare il maggior numero di informazioni nel tempo di digitazione più breve possibile.

Dall’uso di questo linguaggio atipico ma ormai invalso nell’uso comune, non solo negli SMS ma anche sui social network, nasce l’idea di verificarne le radici storiche e se oggi, nell’era della comunicazione digitale, esista ancora un limite di demarcazione tra la comunicazione tradizionale e quella dell’era contemporanea, o meglio se un linguaggio nato dalla comunicazione veloce degli adolescenti e trasmigrato nella comunicazione scritta dei social network, possa trovare spazio e credibilità in sedi non proprio deputate al divertimento ed al dialogo spensierato.

Accade sempre più spesso, infatti, di leggere comunicazioni scritte secondo gli schemi della scrittura “giovane” anche sulle pagine pubbliche di social forum (face book, twitter etc.), di politici, rappresentanti istituzionali anche di ordini professionali o della cultura in genere.

Con particolare riguardo all’uso della K facciamo una simpatica chiacchierata con l’avvocato Giuseppe Ciaramella, cultore per hobby dell’argomento, per un breve excursus storico del suo uso. “La necessità di abbreviare il testo scritto con la tastiera – spiega Ciaramella- non è nato con gli SMS. All’inizio dell’era informatica tale necessità era prerogativa di coloro che poi sono stati definiti nerd, ossia chi si collegava nelle prime reti telematiche, le BBS. Poiché ci si collegava con dei modem a bassissima velocità (28.8 k) bisognava evitare lo spreco di banda, per cui ci si inventava degli acronimi per abbreviare le frasi (LOL: lot of laught ad es. quando volevi far capire che una cosa ti faceva molto ridere, oppure: IMHO in my humble opinion, a mio modesto parere, etc) e pertanto in italiano si verificava la mutazione ch/k. Tale abitudine si è trasfusa nei primi newsgroups di Usenet, ed è tuttora in uso nelle piattaforme di discussione che si sono trasfuse anche sul web (i forum di discussione, ad esempio).

Pare che l’uso della lettera K – continua Ciaramella – nasca molto prima della diffusione dei telefoni cellulari e degli SMS. Gli Yppies degli anni ’60, come segnale di contestazione scrivevano Amerika; da noi si contestava Kossiga (con in più le due SS). Purtroppo mai presa in prestito dall’alfabeto greco in quello latino, ove si è sempre preferito il diagramma ch, con l’era degli sms e dei 3msc, tvb, etc. ha cominciato ad essere usata sempre più frequentemente tanto da soppiantare definitivamente il ch.

Studiosi della linguistica hanno accertato che nei giovani c’è stata una transizione semantica del significato della K: da simbolo di contestazione (AmeriKa, Kossiga, Kultura) in quanto contenuta perfino nel nome di “ki” comandava (Kissinger, Kennedy), e quindi simbolo del dominio autoritario cui ci si contrapponeva, negli anni ’80 e ‘90 c’è stato uno slittamento di valore, per cui è diventato il simbolo stesso di potenza, usata dai gruppi studenteschi di rottura (okkupazione – la Pantera – “chi non okkupa preokkupa”, etc.).

Il fatto che mi incuriosisce è l’uso che si fa oggi di questa lettera come simbolo di potenza e di anarchia (o autarchia?). Sono affascinato da ciò quanto dai graffiti-murales che si vedono in giro nelle città nei quali si fa molto uso della K. Andando ancora più indietro nel tempo, è interessante notare che nel medioevo quando volevano dare risalto (esotico o estetico) ad un nome come Carolus prediligevano piuttosto la versione grecizzante Karolus: ne abbiamo diversi esempi nelle epigrafi tombali nelle chiese: ma anche sul basamento della torre di S. Chiara “v. Dux Duraci Karolus”.

È del tutto evidente che oggi le scritture tachigrafiche hanno una loro giustificazione nell’ambito della comunicazione informale tra gli adolescenti e ci chiediamo a questo punto se abbia senso esportarle in altri contesti comunicativi.
Eccettuato qualche titolo di fantasia (che può diventare un fenomeno di costume, come per esempio la trasmissione “Okkupati”), sui giornali (quotidiani, magazine o periodici di vario genere), nei libri (di qualunque genere) non si legge l’uso della “k” al posto della “c” o del “ch”, né la “x” al posto del “per”, ne’ altre forme di abbreviazione.

Non esiste alcun documento di ente pubblico che si sia adeguato a tale forma, meno che mai la Gazzetta Ufficiale ha mai pubblicato alcun provvedimento legislativo redatto con tale scompiglio grammaticale. Non bisogna infatti perdere di vista la lingua italiana con le sue regole grammaticali che è uno dei capisaldi della nostra tradizione culturale.

Senza voler fare retorica culturale, va infatti evidenziato che “ogni situazione comunicativa richiede un suo tipo di lingua, ovvero un registro linguistico: la capacità linguistica sta nel sapersi muovere con sicurezza tra i vari piani comunicativi, riuscendo a scegliere, per ogni occasione, il linguaggio più adatto” (fonte : Accademia della Crusca).

I social network da luogo di incontri virtuali per divertimento, hanno acquisito nel tempo anche il ruolo di efficaci strumenti di comunicazioni istituzionali e professionali. E’ opinione di chi scrive che, affinché un tale tipo di comunicazione abbia efficacia e credibilità nel contesto nel quale avviene, debba rispettare le regole linguistiche tradizionali anche per differenziarla da quella che rimane una forma di costume giovanile.

L’abuso da parte degli adulti della K in luogo di ch o di X in luogo di per etc., oltre a dare l’idea di una volontà di distinguersi a tutti i costi – e quindi di voler essere al centro dell’attenzione – può ingenerare nei lettori due tipi di equivoci circa il reale significato di un testo scritto per comunicare una notizia seria. Un primo equivoco sul grado di serietà della notizia istituzionale, che scritta con la k al posto di ch, potrebbe far pensare al lettore che trattasi di notizia scherzosa e quindi falsa.

Un secondo equivoco è dato dal cattivo esempio per i giovani i quali potrebbero sentirsi autorizzati ad usare la K anche a scuola o all’Università, fenomeno da scongiurare a salvaguardia della nostra lingua e della nostra cultura. Dunque scrivere usando la K si può, anche a 40, 50, 60, 99 anni nei momenti di relax e divertimento, ma per comunicare in maniera credibile qualcosa a elettori, colleghi, discenti è preferibile continuare a usare la cara vecchia lingua italiana.

3 thoughts on “Ki komunica ke kosa e soprattutto kome. L’(ab)uso della k: storia di un’evoluzione poco credibile

  1. Cara Loreta, Ti ringrazio della citazione. Per la par condicio, ovvero per lo spirito sofistico che la nostra professione inevitabilmente ci ha trasfuso, sento la necessità, però, di evidenziare il parere diametralmente opposto, in merito all’uso della K, da parte di chi invece vede di buon occhio la rinascita di questa lettera: il prof. Michele Cortelazzo, preside della facoltà di lettere e filosofia dell’università di Padova, per il quale la semplificazione del linguaggio burocratico, rappresenta ormai una autentica necessità, per cui ben venga l’uso della K, grazie proprio al neo-linguaggio degli sms e dei pc. A giudizio dello studioso, la reintroduzione della “k” nel nostro sistema linguistico, fra l’altro, potrebbe risolvere un equivoco storico: la discrasia esistente fra grafia e fonetica. Si tratterebbe, infatti, sempre secondo il cattedratico, di conservare la lettera “c” davanti alle vocali palatali (città, cesto) e di generalizzare la sostituzione della c con la k in tutti gli altri casi: (krema, kuoio, kavallo).
    Sempre secondo il linguista si tratterebbe di una riforma dal basso e non di una regola imposta dagli accademici della Crusca. Non ci sarebbe quindi molto di cui scandalizzarsi se fra qualche decennio scriveremo tranquillamente “skerzo” e “anke” invece di scherzo e anche.
    La possibile reintroduzione a pieno titolo nel nostro alfabeto della lettera “k” si ricollegherebbe proprio al passato storico della lingua italiana rappresentato da quel placito capuano del 960 (da cui è scaturito il nostro divertissement dialettico), ove la lettera in questione, nel sia pur breve testo, è rappresentata per ben quattro volte; un autentico trionfo (Sao ko kelle terre per kelli fini que ki contene li possette parte Sancti Benedicti.

    Qualche fonte di riferimento:
    Michele A. Cortelazzo (2000/2001), « Telefonini cellulari e computer rilanciano la scrittura, ideografica », in Telèma, VI.2-3, pp. 102-104.
    Cortelazzo Michele A.
    L’influsso dei linguaggi settoriali
    in Il linguaggio giovanile degli anni Novanta. Regole, invenzioni, gioco, a cura di Emanuele Banfi e Alberto A. Sobrero, Bari, Laterza, 1992, pp. 71-84

    Cortelazzo Michele A.
    Lingua politica e lingua dei giovani. Analisi di due epistolari collettivi
    in La lingua dei giovani, a cura di Edgar Radtke, Tübingen, Narr, 1993, pp. 151-160

    Cortelazzo Michele A.
    Il parlato giovanile
    in Storia della lingua italiana, II, Scritto e parlato, a cura di Luca Serianni e Pietro Trifone, Torino, Einaudi, 1994, pp. 291-317

    Cortelazzo Michele A.
    La componente dialettale nella lingua delle giovani e dei giovani
    in Donna e linguaggio, a cura di Gianna Marcato, Padova, CLEUP, 1995, pp. 581-586

    Cortelazzo Michele A.
    http://www.maldura.unipd.it/giov
    in Forme della comunicazione giovanile, a cura di Fabiana Fusco e Carla Marcato, Roma, Il Calamo, 2005, pp. 101-115.

    Il ritorno della kappa dimenticata
    Mercoledì 16 Febbraio 2011 15:03 – di Raffaele Fera link: http://www.dirittodicronaca.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6399:il-ritorno-della-kappa-dimenticata&catid=87:anno-2011&Itemid=132

    LINGUA SCUOLA E SOCIETÀ
    I nuovi bisogni comunicativi nelle classi multiculturali
    a cura di
    Elena Pistolesi
    Atti del Convegno
    organizzato dall’Istituto Gramsci del Friuli Venezia Giulia
    con il patrocinio dell’Università degli Studi di Trieste
    Trieste, 6-7 ottobre 2006
    Evoluzione della lingua, percezione del cambiamento, staticità della norma
    di Michele A. Cortelazzo pag. 47 link al PDF (NB molto interessante!):
    http://www.gramsci-fvg.it/public/File/AttiLiScSo/GRAMSCI_10.pdf

  2. Cara Loreta, Ti ringrazio della citazione. Per la par condicio, ovvero per lo spirito sofistico che la nostra professione inevitabilmente ci ha trasfuso, sento la necessità, però, di evidenziare il parere diametralmente opposto, in merito all’uso della K, da parte di chi invece vede di buon occhio la rinascita di questa lettera: il prof. Michele Cortelazzo, preside della facoltà di lettere e filosofia dell’università di Padova, per il quale la semplificazione del linguaggio burocratico, rappresenta ormai una autentica necessità, per cui ben venga l’uso della K, grazie proprio al neo-linguaggio degli sms e dei pc. A giudizio dello studioso, la reintroduzione della “k” nel nostro sistema linguistico, fra l’altro, potrebbe risolvere un equivoco storico: la discrasia esistente fra grafia e fonetica. Si tratterebbe, infatti, sempre secondo il cattedratico, di conservare la lettera “c” davanti alle vocali palatali (città, cesto) e di generalizzare la sostituzione della c con la k in tutti gli altri casi: (krema, kuoio, kavallo).
    Sempre secondo il linguista si tratterebbe di una riforma dal basso e non di una regola imposta dagli accademici della Crusca. Non ci sarebbe quindi molto di cui scandalizzarsi se fra qualche decennio scriveremo tranquillamente “skerzo” e “anke” invece di scherzo e anche.
    La possibile reintroduzione a pieno titolo nel nostro alfabeto della lettera “k” si ricollegherebbe proprio al passato storico della lingua italiana rappresentato da quel placito capuano del 960 (da cui è scaturito il nostro divertissement dialettico), ove la lettera in questione, nel sia pur breve testo, è rappresentata per ben quattro volte; un autentico trionfo (Sao ko kelle terre per kelli fini que ki contene li possette parte Sancti Benedicti.

    Qualche fonte di riferimento:
    Michele A. Cortelazzo (2000/2001), « Telefonini cellulari e computer rilanciano la scrittura, ideografica », in Telèma, VI.2-3, pp. 102-104.
    Cortelazzo Michele A.
    L’influsso dei linguaggi settoriali
    in Il linguaggio giovanile degli anni Novanta. Regole, invenzioni, gioco, a cura di Emanuele Banfi e Alberto A. Sobrero, Bari, Laterza, 1992, pp. 71-84

    Cortelazzo Michele A.
    Lingua politica e lingua dei giovani. Analisi di due epistolari collettivi
    in La lingua dei giovani, a cura di Edgar Radtke, Tübingen, Narr, 1993, pp. 151-160

    Cortelazzo Michele A.
    Il parlato giovanile
    in Storia della lingua italiana, II, Scritto e parlato, a cura di Luca Serianni e Pietro Trifone, Torino, Einaudi, 1994, pp. 291-317

    Cortelazzo Michele A.
    La componente dialettale nella lingua delle giovani e dei giovani
    in Donna e linguaggio, a cura di Gianna Marcato, Padova, CLEUP, 1995, pp. 581-586

    Cortelazzo Michele A.
    http://www.maldura.unipd.it/giov
    in Forme della comunicazione giovanile, a cura di Fabiana Fusco e Carla Marcato, Roma, Il Calamo, 2005, pp. 101-115.

    Il ritorno della kappa dimenticata
    Mercoledì 16 Febbraio 2011 15:03 – di Raffaele Fera link: http://www.dirittodicronaca.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6399:il-ritorno-della-kappa-dimenticata&catid=87:anno-2011&Itemid=132

    LINGUA SCUOLA E SOCIETÀ
    I nuovi bisogni comunicativi nelle classi multiculturali
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    Elena Pistolesi
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    organizzato dall’Istituto Gramsci del Friuli Venezia Giulia
    con il patrocinio dell’Università degli Studi di Trieste
    Trieste, 6-7 ottobre 2006
    Evoluzione della lingua, percezione del cambiamento, staticità della norma
    di Michele A. Cortelazzo pag. 47 link al PDF (NB molto interessante!):
    http://www.gramsci-fvg.it/public/File/AttiLiScSo/GRAMSCI_10.pdf

  3. Cara Loreta, Ti ringrazio della citazione. Per la par condicio, ovvero per lo spirito sofistico che la nostra professione inevitabilmente ci ha trasfuso, sento la necessità, però, di evidenziare il parere diametralmente opposto, in merito all’uso della K, da parte di chi invece vede di buon occhio la rinascita di questa lettera: il prof. Michele Cortelazzo, preside della facoltà di lettere e filosofia dell’università di Padova, per il quale la semplificazione del linguaggio burocratico, rappresenta ormai una autentica necessità, per cui ben venga l’uso della K, grazie proprio al neo-linguaggio degli sms e dei pc. A giudizio dello studioso, la reintroduzione della “k” nel nostro sistema linguistico, fra l’altro, potrebbe risolvere un equivoco storico: la discrasia esistente fra grafia e fonetica. Si tratterebbe, infatti, sempre secondo il cattedratico, di conservare la lettera “c” davanti alle vocali palatali (città, cesto) e di generalizzare la sostituzione della c con la k in tutti gli altri casi: (krema, kuoio, kavallo).
    Sempre secondo il linguista si tratterebbe di una riforma dal basso e non di una regola imposta dagli accademici della Crusca. Non ci sarebbe quindi molto di cui scandalizzarsi se fra qualche decennio scriveremo tranquillamente “skerzo” e “anke” invece di scherzo e anche.
    La possibile reintroduzione a pieno titolo nel nostro alfabeto della lettera “k” si ricollegherebbe proprio al passato storico della lingua italiana rappresentato da quel placito capuano del 960 (da cui è scaturito il nostro divertissement dialettico), ove la lettera in questione, nel sia pur breve testo, è rappresentata per ben quattro volte; un autentico trionfo (Sao ko kelle terre per kelli fini que ki contene li possette parte Sancti Benedicti.

    Qualche fonte di riferimento:
    Michele A. Cortelazzo (2000/2001), « Telefonini cellulari e computer rilanciano la scrittura, ideografica », in Telèma, VI.2-3, pp. 102-104.
    Cortelazzo Michele A.
    L’influsso dei linguaggi settoriali
    in Il linguaggio giovanile degli anni Novanta. Regole, invenzioni, gioco, a cura di Emanuele Banfi e Alberto A. Sobrero, Bari, Laterza, 1992, pp. 71-84

    Cortelazzo Michele A.
    Lingua politica e lingua dei giovani. Analisi di due epistolari collettivi
    in La lingua dei giovani, a cura di Edgar Radtke, Tübingen, Narr, 1993, pp. 151-160

    Cortelazzo Michele A.
    Il parlato giovanile
    in Storia della lingua italiana, II, Scritto e parlato, a cura di Luca Serianni e Pietro Trifone, Torino, Einaudi, 1994, pp. 291-317

    Cortelazzo Michele A.
    La componente dialettale nella lingua delle giovani e dei giovani
    in Donna e linguaggio, a cura di Gianna Marcato, Padova, CLEUP, 1995, pp. 581-586

    Cortelazzo Michele A.
    http://www.maldura.unipd.it/giov
    in Forme della comunicazione giovanile, a cura di Fabiana Fusco e Carla Marcato, Roma, Il Calamo, 2005, pp. 101-115.

    Il ritorno della kappa dimenticata
    Mercoledì 16 Febbraio 2011 15:03 – di Raffaele Fera link: http://www.dirittodicronaca.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6399:il-ritorno-della-kappa-dimenticata&catid=87:anno-2011&Itemid=132

    LINGUA SCUOLA E SOCIETÀ
    I nuovi bisogni comunicativi nelle classi multiculturali
    a cura di
    Elena Pistolesi
    Atti del Convegno
    organizzato dall’Istituto Gramsci del Friuli Venezia Giulia
    con il patrocinio dell’Università degli Studi di Trieste
    Trieste, 6-7 ottobre 2006
    Evoluzione della lingua, percezione del cambiamento, staticità della norma
    di Michele A. Cortelazzo pag. 47 link al PDF (NB molto interessante!):
    http://www.gramsci-fvg.it/public/File/AttiLiScSo/GRAMSCI_10.pdf

  4. il titolo esprime la mia opinione peraltro supportata dall’Accedemia della CRusca. Cercheremo il Prof. Cortelazzo per una eventuale intervista e per dare voce a chi la pensa diversamente.

  5. il titolo esprime la mia opinione peraltro supportata dall’Accedemia della CRusca. Cercheremo il Prof. Cortelazzo per una eventuale intervista e per dare voce a chi la pensa diversamente.

  6. il titolo esprime la mia opinione peraltro supportata dall’Accedemia della CRusca. Cercheremo il Prof. Cortelazzo per una eventuale intervista e per dare voce a chi la pensa diversamente.

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