Telefono Amico Italia presenta i dati del suo Osservatorio sul disagio emotivo.

L’ idea di associazioni come Telefono Amico nasce in America ai primi del ‘900, con centri di prevenzione dei suicidi, venendo poi trapiantata in Inghilterra, ad opera di un pastore protestante, con il nome di Samaritane’s service, e infine diffondendosi in Europa. In Italia l’opera di prevenzione inizia negli anni’60 e Telefono Amico apre i battenti prima come federazione nel 1967, poi diventa definitivamente associazione nazionale.

Telefono Amico offre un servizio di sostegno alle situazioni di disagio emotivo, spiega il presidente Briccola -volontario da dodici anni-, attraverso un numero unico e l’assistenza di 700 volontari e consente il più totale anonimato. I dati raccolti dal suo Osservatorio, creato solo cinque anni fa, dati puramente statistici  e non sensibil, sono stati analizzati dal Laboratorio di statistica applicata dell’Università Cattolica di Milano e sono uno specchio chiarissimo della situazione in cui versa la nostra società.

Il professor Rosina, docente di demografia e statistica sociale dell’Università Cattolica, espone i risultati dell’analisi relativa ai dati dell’anno 2011, che rilevano un aumento cospicuo di chiamate, con il 6,7% in più rispetto il 2009 e lo 0,6% rispetto al 2010, raggiungendo un totale di 107.225 contatti telefonici e aumentando anche le chiamate valide (+51,1%), cioè che riescono a fornire informazioni sul tipo di disagio e sulle sue cause. L’inasprirsi della crisi economica ha portato ulteriori difficoltà nelle case degli italiani ma chiedendo al presidente Briccola cosa porta a chiamare di più, emerge che la crisi economica è solo la punta dell’iceberg, alla base sta l’incomunicabilità relazionale, l’impossibilità di parlare dei propri problemi o di ascoltare quelli degli altri e una progressiva incapacità della società a rispondere alle esigenze più intime e d’interazione della persona.

Gli uomini chiamano più delle donne (+70%), perché queste ultime riuscirebbero meglio ad interssere una rete di rapporti interpersonali di supporto e a comunicare di più con l’esterno, il che risulterebbe anche dalla migliore capacità di comunicare  il loro disagio che viene percepito come maggiore, esprimendo meglio cause e motivazioni dei loro problemi durante le chiamate. I giovani (fino a 25 anni) chiamano poco, forse meno inclini all’interzione con sconosciuti al telefono, ma anche perché, come osservano il prof. Rosina e il direttore del dipartimento di scienze statistiche, dottor Boari, in Italia, dove la competizione è meno accentuata rispetto ad altri paesi dell’Europa e anche degli Stati Uniti, i ragazzi sono più disposti a confrontarsi con i coetanei e ad appoggiarsi a quel nucleo forte che è la famiglia, senza per questo meritarsi appellativi come “bamboccioni” o “smidollati”. Gli stati emotivi in aumento sono l’ansia, la preoccupazione, la depressione e l’angoscia, ma anche l’incapacità di dare una spiegazione a tali sentimenti, il cosiddetto “problema non emerso”.

Il dottor Boari risponde affermativamente alla nostra domanda se non sarebbe opportuno promuovere lo studio della statistica applicata alle scienze sociali, a partire dall’educazione nelle scuole, medie e superiori, incentivando l’attenzione, anche da parte delle istituzioni per questioni quasi sempre considerate marginali, ma che invece risultano fondamentali indicatori di una crisi non solo a livello economico, ma soprattutto a livello interiore, che destabilizza l’intera compagine sociale sin dalle sue fondamenta.

Lascia un commento

quindici − cinque =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.