Almaviva Contat. Un appello alla sicurezza di centinaia di donne lavoratrici

Almaviva ContactNella “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, in occasione delle manifestazioni che si svolgeranno in tutto il mondo, abbiamo ricevuto una lettera da una donna, Pina, una lavoratrice che lotta non solo per mantenere il suo posto di lavoro, ma perché questo sia dignitoso nelle condizioni al contorno offerte, una donna che teme per la propria incolumità nel recarsi a quel lavoro che dà a lei ed ad altri mille lavoratori il diritto ad  una vita piena, anche se tra mille difficoltà.

Un appello accorato per la sicurezza personale e di tantissime lavoratrici in un territorio a rischio, fortemente degradato.

Ecco la sua testimonianza, nella speranza che le Istituzioni diano una risposta in tempi rapidi, per non dover un giorno dire, tutti sapevano e nessuno ha fatto nulla.

Gentile Direttore,

vorrei che i lettori di NapoliTime avessero coscienza di quanto accade quotidianamente a noi lavoratori di Almaviva Contact.

L’Azienda, che opera nel settore ITC, nella sua sede di Napoli si occupa di fornire servizi di call center. Da circa tre mesi si è trasferita al complesso Naplest di via Brin. Siamo circa 1000 lavoratori di cui il 70% sono donne tra i 20 ed i 50 anni.

Con la nostra presenza stiamo riqualificando e valorizzando il territorio della IV Municipalità ma con ben poche garanzie sulla nostra sicurezza. Abbiamo, con una petizione presentata alla Municipalità, evidenziato a gran voce tutte le nostre problematiche e con una lettera unitaria delle Organizzazioni Sindacali si è giunti ad un tavolo tecnico al Comune di Napoli coinvolgendo gli assessori alla Mobilità, alla Sicurezza, alle Pari Opportunità ed al Lavoro.

Gran parte di noi, siamo entrati in quest’azienda pensando che sarebbe stato un lavoro temporaneo ma a malincuore dopo 12 anni, ci guardiamo intorno e siamo costretti a pensare di essere fortunati perché abbiamo ancora un contratto a tempo indeterminato ed ancora uno stipendio che per molti altri è purtroppo una chimera. Con questo ricatto conviviamo tutti i giorni senza alcun tipo di progettualità futura. Ebbene si, la vita da call-center non è per niente semplice soprattutto per chi come noi lavora in un outsourcing ancor peggio per chi come me è donna.

Noi lavoriamo su commesse e la paura costante è che ci venga tolto il lavoro per una folle corsa al ribasso nelle gare di appalto o per il venir meno degli incentivi regionali all’occupazione. Purtroppo i call-center vengono aperti o chiusi in base alle agevolazioni fiscali che offre questo o quel territorio trattando i lavoratori con metodo usa e getta.

Così, se vogliamo stare sul mercato, dobbiamo essere flessibili e produttivi, perché in sostanza, dobbiamo costare il meno possibile all’azienda. Flessibilità significa quindi che nell’azienda per cui lavoro per riuscire ad evadere meglio la curva di traffico delle chiamate bisogna coprire le fasce orarie più critiche, quelle pomeridiane, con una turnazione che va dalle 7 alle 24, 7 giorni su 7. Sempre con lo stesso intento, riduzione dei costi, è stato stipulato un contratto decennale con il complesso Naplest che di fatto ha quasi dimezzato la spesa del fitto rispetto alla nostra vecchia sede ma ha buttato nello sconforto tutti noi consapevoli che questa operazione metteva a rischio la nostra sicurezza e riduceva ancor di più il nostro già misero stipendio dovendo ricorrere a mezzi propri per la mancanza dei servizi essenziali.

Prima di via Brin eravamo al Centro Direzionale. In 12 anni abbiamo subito scippi, rapine, violenze, furti e danni alle auto ma accettare che ci si espone al peggio con il passaggio ad una nuova sede è davvero troppo.

Siamo stati scaricati in via Brin come fossimo dei pacchi, ed è stato come passare dal purgatorio all’inferno. Oramai ci testano alle esperienze più estreme e questo trasferimento è stata una missione di guerra senza armi, dove ogni volta che varchi il cancello dell’azienda illesa e con tutti i tuoi effetti personali, tiri un sospiro di sollievo. Tossicodipendenti disposti a tutto per pochi spiccioli, clochard spesso ubriachi, rom che in un attimo entrano nelle nostre auto e rubano di tutto e dulcis in fundo trans e prostitute che con le loro prestazioni attraggono sui marciapiedi della nostra azienda uomini vogliosi. Spesso, noi donne del call-center dobbiamo spiegare che la nostra prestazione lavorativa è ben diversa da quella che stanno cercando, e qualcuno che non desiste ci mostra quello a cui stiamo rinunciando.

Questo, preciso, accade non solo la sera ma anche alla luce del giorno. La sera, invece, non immaginate cosa vuol dire dover fare anche solo 10 metri a piedi, per recuperare la propria auto in quella zona. Il cuore ti sale in gola con la paura di essere seguita, attenta a scansare i preservativi usati con la speranza di trovare l’auto come l’hai lasciata e facendo finta di niente se passi davanti ad un trans che si sistema, per prepararsi al prossimo cliente, con gli organi genitali ben in vista.

Spesso si fa ricorso ai propri istituti anticipando l’orario di uscita assicurandosi alla compagnia di un collega o al passaggio con l’auto alla vicina stazione della Metropolitana. Il tutto con un’illuminazione a dir poco insufficiente, implementata solo dai falò delle prostitute.

Voglio concludere ricordando che molti miei colleghi che hanno un contratto di sole 4 ore ricevono uno stipendio di circa 600euro che non può essere e non deve essere intaccato per la mancanza dei servizi essenziali.

Il nostro appello è pieno di speranza, non vogliamo rinunciare all’idea che sia il sistema pubblico il luogo titolare di una rete di servizi in grado di gestire i tempi di una vita già difficile al fine di renderla veramente sostenibile. C’è la necessità di porre rimedio a tutto questo con un imminente intervento delle istituzioni al fine di evitare che da un momento all’altro possano verificarsi eventi tragici su donne ma anche su uomini che rischiano la loro incolumità per espletare un loro diritto: il Lavoro.

Pina

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