Un incidente ed il suo mondo si ferma, la lettera di Passion Time

incidente-famigliaVorrei raccontarvi una storia che nasce da un amore folle, una passione forte.

Tanto amata è una moto, una di quelle che ti riempie il petto col rombo del motore. Quando sei con lei e assapori l’ebrezza del vento che accarezza la pelle, le sensazioni ti rapiscono, ne diventi schiavo tanto da sentirti una sola cosa con lei e la strada sotto di te.

Ma come le persone, anche la più splendida delle moto può tradirti e lasciarti sull’asfalto sanguinante e incredulo.

Inizia così un percorso doloroso che cambierà per sempre te, le persone che ti amano e le prospettive del mondo e del futuro in cui credevi. La corsa in ospedale è interminabile, i pensieri nella mente si affollano, la paura, lo sconforto e il dolore ti assalgono e ti stringono in una morsa asfissiante.

A tue spese, capisci che le fratture agli arti non sono tutte uguali e non sempre basta un semplice gesso, ma occorrono ore di delicato intervento, prima in urgenza per salvarti la vita e riposizionare un osso spezzato e uscito fuori dalla carne e ancora altri per aggiustare un po’ il tiro, fino a che perdi il conto di quante volte sei finito sotto i ferri in un solo anno, se cinque o sei o nove oppure undici. Ti spiegano che il percorso di guarigione è lungo, fatto di tanti mesi di stop a letto e in seguito di tanti, ma tanti mesi di terapia fisica riabilitativa. Il tuo futuro è cambiato in un istante di terrore, ma nessuno si accorge quanto sia devastante sopportarlo a soli 18 anni, mentre ti affacciavi al mondo degli adulti e facevi progetti e sogni.

Ma le situazioni non sempre si risolvono nel modo previsto, i tempi si allungano e la guarigione, che ti appare sempre più lontana, è compromessa da un’infezione all’osso. Fatalità, destino, errore umano, fatto sta che l’irreparabile ormai è accaduto e non resta altro che arginare i danni. Ti dicono che devono sottoporti per alcuni mesi alla camera iperbarica e pulirti la ferita infetta infliggendoti altro dolore. E pensare che col brevetto da sub non avresti mai creduto di entrare in una camera iperbarica se non per una immersione andata male.

La conseguenza inevitabile è l’insorgere di una grave artrosi alla caviglia che blocca completamente l’articolazione e quindi il movimento. Ma l’insidia sta nel dolore costante notte e giorno, ogni giorno, un dolore cronico col quale sei destinato a convivere. Ancor peggio è il dolore dell’anima, perché hai visto tutti i tuoi sogni infrangersi, la tua identità messa in discussione, ogni cosa per cui avevi lottato fino ad allora sembra essere stata inutile. Perché proprio a te? Cosa farai da grande?

La tua forza sta solo nella tua famiglia, negli affetti veri e nella speranza che qualcosa in futuro possa cambiare, che qualcuno ti indichi la strada per la soluzione. Vai in giro per l’Italia alla ricerca spasmodica del tuo profeta, custode del tuo futuro, il medico o il professore giusto che sia in grado di “aggiustarti”.

Pensando alle persone che hai conosciuto tra i vari ricoveri in ospedale, ritrovi la forza e capisci che non sei solo e che tu in fondo hai una vita meravigliosa e che tutto quello di cui hai bisogno lo hai sempre avuto: la tua famiglia. Il futuro è sempre un’incognita, la realtà è sempre diversa da qualsiasi previsione e la vita guardata con occhi nuovi può sorprendere davvero tanto.

All’improvviso, quando ormai la routine ha preso il sopravvento e il tuo lavoro ti distrae dal dolore cronico fino a sera, quando poi, zoppicante, torni a casa che non ce la fai neanche a stare dritto, ecco che un raggio di sole ti irradia. La notizia letta su un giornale per puro caso ti dà nuove speranze: il Prof. Sandro Giannini all’ospedale Rizzoli di Bologna ha eseguito il primo intervento in Italia e secondo al mondo, di trapianto di caviglia da donatore deceduto.

Gli anni passano e quasi non speri più e quando finalmente la telefonata arriva, ti sembra di non essere pronto, ma non hai il tempo per pensare perché il giorno dopo devi essere già a Bologna per ricevere il trapianto.

L’esperienza del trapianto ti sembra un miracolo e anche se il percorso è lungo, sei mesi in cui non hai potuto poggiare neppure il piede a terra, le aspettative di recupero sono davvero alte. La speranza è tornare a camminare come se nulla fosse mai accaduto. È l’inizio di una vita nuova, riappropriandosi del proprio corpo e della propria mente, liberi dal dolore fisico e non solo. O almeno era quello che speravi. Non è andata benissimo, ma neanche così male: la caviglia non si muove, ma il dolore cronico è diventato un visitatore occasionale.

Speravi di poter correre spensierato insieme col figlio che nel frattempo è nato e ti ha riempito la vita. Ma in fondo, si può correre anche saltellando su di un solo piede, quel che conta, è insieme a chi lo fai.

Questa è la storia di un’uomo che ha cambiato la mia di vita, che col suo esempio, con piccoli gesti quotidiani, mi ha insegnato il valore dell’umiltà, ad aver fede nel futuro senza abbattersi mai, anche quando tutto sembra perso. 

 M.

Carissima M,

grazie per la tua bellissima lettera che ci ha letteralmente travolto, emozionandoci. Conosciamo la tipologia di trapianto di cui scrivi dato che, anche attraverso le pagine del quotidiano NapoliTime, ne abbiamo parlato, ecco l’articolo: (link).
Dalle tue parole, il dolore fisico ed emotivo di questo motociclista, allora solo diciottenne, sono palpabili; tradito dalla sua moto o dal destino. Ma forse no, magari poteva andare parecchio peggio e l’incidente poteva essere ancora più disastroso e generare conseguenze più gravi. Ci racconti di un ragazzo che è diventato uomo tra le mura di ospedali e sale operatorie, un giovane che, troppo giovane, si è sentito dare risposte difficili da accettare, a volte cariche di speranze, ma dense di altrettanti dubbi.
Ad un certo punto della lettera, quel dolore è diventato anche nostro e sapere che la famiglia, l’unione e l’amore sono stati determinanti per la sua ripresa è straordinario. Dico così perché nell’immaginario collettivo sembra facile ed è quasi ovvio stare vicino a chi soffre, ma non lo è affatto perché ci vogliono forza, sorrisi e positività, anche quando il tuo cuore si sta per spaccare per la tristezza. Posso capire quanto sia stato difficile, anche per te, illuminare quel cammino fatto di passi così dolorosi, poi il dolore si è placato ed ha lasciato il posto alla voglia di vivere per recuperare quella vita sfuggita dietro i camici bianchi dei medici. Ed oggi avete un bambino e la vita, finalmente, vi ha fatto un grande dono.
Possiamo permetterci di cambiare il finale della tua lettera?
Questa è la storia di due ragazzi che il destino a fatto incontrare e che insieme hanno cambiato la loro vita imparando, tra gioia e dolore, lacrime e sorrisi, a non abbattersi mai.
Grazie per aver condiviso con noi questi momenti così intensi.

Lascia un commento

6 + dieci =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.