Bagnoli, un quartiere tra disillusioni e speranze. Lettera alla Redazione.

America-s-Cup-a-BagnoliCaro Direttore,
scusa il disturbo. Vorrei che leggessi questo sfogo, altro non è che uno sfogo, non è un articolo, non è neanche pubblicabile, ma te lo mando perché vorrei condividere questa cosa con te. Leggilo quando hai tempo, questo non è lavoro.
Buona giornata, Monica L.

Cara Monica, è vero non è un articolo, ma qualcosa di più. Ho letto con curiosità la tua email, stamane in metro tra un termine di corsa e una corsa per non tardare a lavoro, quel lavoro di precario della scuola, come tanti ce ne sono. L’incipit di un racconto romanzato ha catturato subito la mia attenzione e poi, e poi mi sono appassionato a leggere la tua lettera. E’ stato come uno squarcio nel passato, mi ricordo bimbo sofferente d’asma come tu racconti, mi son rivisto nelle tue parole quando, dopo la laurea in ingegneria elettronica, per trovare uno straccio di lavoro son dovuto partire per la triste Torino, per la fredda Milano e per la favolosa Roma.

Sì per lavoro, non certo come turista. Dieci anni lontano dalla mia città. Io sono nato a Bagnoli, in via Cupa Capano n.9, la zona bassa di Bagnoli. E a Bagnoli son ritornato, quando per crisi aziendale mi son dovuto reinventare un lavoro. Sai esattamente dove? Presso il BIC (Business Innovation Center, ndr) di Città della Scienza, proposi un progetto per l’impiego delle energie rinnovabili, un settore tanto decantato dalla sinistra e tanto bistrattato dal governo di centro destra, e sempre al palo. Da lì sono andato oltre ma questa è un’altra storia. E la tua lettera, il tuo sfogo come tu lo definisci, mi ha riportato alla mente tantissime cose. Non mi dilungo, è giusto dare voce a te ed ai ricordi che di certo farai rivivere in tanti lettori di NapoliTime.

Grazie Monica.

Bagnoli ed io.

Vivo a Bagnoli da quando avevo tre mesi; non sono nata qua perché mi ha portato la cicogna ed è planata da tutt’altra parte, ma a volte succede, e va bene così.

Ho vissuto in un quartiere ai limiti della ricchezza perché “tenevamo ‘o cantiere” e ci sembrava di aver avuto un’opportunità più unica che rara di progredire.

A nessuno importava della colata a mare né del fumo, né di sentire le sirene del cambio turno; alla fine ti ci abitui, come al rumore del passaggio dei treni. Fa tutto parte di quei suoni che ti porti dentro anche quando vivi da un’altra parte.

Gli amici subacquei continuavano a pescare e a regalare i polpi alle suocere, assai soddisfatte dell’omaggio, mentre i suoceri, finito il turno al cantiere, si dedicavano al secondo lavoro  perché stavano acquistando casa, o perché il figlio maggiore si era iscritto a Giurisprudenza, e vuoi mettere il figlio di un operaio che diventa avvocato.

A nessuno importava neppure della sabbia rossa che la mattina le mamme furibonde spazzavano via dai balconi e che sporcava inevitabilmente anche la scopa; né avevamo fatto caso al sempre crescente numero di ragazzini asmatici e allergici, ancor prima che qualcuno scoprisse che si poteva essere allergici anche alla pasta. I soldi circolavano e le attività commerciali erano solide perché ben avviate e con una forte fidelizzazione della clientela, i supermercati erano guardati con un certo sospetto dalle massaie che reputavano una roba da ricchi andare a fare la spesa settimanale lì.

C’erano talmente tanti soldi che arrivarono anche a Bagnoli gli anni ’80 col loro carico di violenza, ma quella è un’altra storia, e io non l’ho vissuta. Io vivevo nel mio mondo incantato dove Bagnoli era un piccolo reame, un  borgo medievale cinto dall’Italsider da una parte e dalla NATO dall’altro, e i ponti levatoi erano i mezzi pubblici (metropolitana e cumana) che ci permettevano di “uscire” e di andare a scuola, all’università o alla ricerca di un lavoro, perché l’epoca d’oro del “cantiere” stava finendo.

Anche gli operai cercavano il loro riscatto borghese, e c’erano riusciti… poi il nulla.

Ora come allora, decine di famiglie sul lastrico per aver perso lo stipendio del capofamiglia, i nuvoloni neri che si addensavano sulla testa di tutti, operai e commercianti, e le donne che si rimboccano le maniche e vanno a fare “i servizi” a casa della moglie del dottore che esercita a Bagnoli ma vive a Posillipo, in attesa che al proprio compagno 45enne venga offerta un’altra possibilità di lavorare, magari altrove, magari “fuori”.

Comincia l’esodo per qualcuno e per qualcun altro, invece, scatta il coraggio della necessità: io so fare l’idraulico, io il pittore, io m’arrangio con l’elettricità.

Bagnoli, piccolo specchio di una metropoli disastrosa e disastrata, punta dell’iceberg che giace –nascosto- sotto un territorio mai bonificato e che racconta la storia di un malgoverno che conta vittime secolari; Bagnoli occasione sempre perduta, pure quando fa vetrina con delle realtà come Città della Scienza o fa immagine perché quel mare che abbiamo permesso si inquinasse serve come passerella dell’America’s Cup.

Perché è come una prostituta che esercita di nascosto il mercimonio del suo corpo per sopravvivere, e quando arriva un importante uomo d’affari il protettore di turno la manda dal parrucchiere e dall’estetista, le compra un vestito meno volgare di quelli che usa di solito e la manda alla “cena di lavoro” per concludere la trattativa.

Se la cosa va a buon fine, le briciole che cadono dal tavolo sono per lei, che rientrerà alla sua vecchia attività fino alla prossima ghiotta occasione in cui serviranno i suoi seni e il suo culo.

Eppure quella puttana ha dei figli che, durante i periodi in cui nessuno si occupa della mamma, continuano ad andare a scuola, a mangiare, a sentire musica, cercano di sopravvivere pensando che domani sarà meglio, e che prima o poi arriverà uno che la mamma se la sposa, invece di sfruttarla e basta.

E invece quel giorno non arriva mai… e a Bagnoli continuiamo a votare e a sperare e a raccontare ai nostri figli la solita bugia: “io non vedrò il MIRACOLO, ma forse tu si”.

Il miracolo di una riqualificazione ambientale che è prima di tutto Salute, poi economia; il miracolo di un quartiere che possa diventare un polo turistico prima e un punto della movida cittadina poi; il miracolo di fare cultura della legalità in una città dove il termine è nel 70% dei casi una parolaccia che si contrappone alla parola Sistema.

Se non sei nel sistema, sei un disadattato oppure uno che apre il negozio e combatte ogni giorno con le vicende più assurde, e ci vogliono le raccolte firme per sentirsi tutelati da chi non riesce a vedere al di là del proprio naso!

E ogni volta che culliamo una speranza, ogni volta che ci sembra di aver imboccato la strada giusta (o una delle possibili strade giuste…) c’è qualcuno che ci tira uno schiaffo che ci umilia, un cazzotto nello stomaco che ci piega in due e ci guardiamo le punte delle scarpe che hanno voglia di ripartire, di cercare un altro cielo dove nessuno ci maltratti  e offenda la nostra intelligenza, un posto dove non aver paura.

Ecco, in sintesi, io sono come Bagnoli, ogni volta ci credo, ogni volta ci metto due grammi di speranza e trovo sempre qualcuno sulla mia strada che mi sbarra il passo, che mi fa tornare indietro, che distrugge quello che ho costruito, che tradisce la mia fiducia e poi mi lascia da sola a curarmi le ferite dell’ennesima disillusione, che mi prende in giro persino per averci creduto.

Qualcuno che mi ruba la speranza.

E che la ruba ai miei figli.

Finchè Bagnoli sarà da sola come me, saremo legate allo stesso destino; e oggi, dopo 10 anni da migrante nel ricco nord-est so che non serve neanche fuggire, non serve neanche quello.

Vivere senza speranza è sopravvivere alla meno peggio.

Ed è ciò che da troppo tempo stiamo facendo.

Lascia un commento

6 + 10 =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.