Lo scemo del villaggio, Carmelo

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Carmelo, si chiamava Carmelo lo scemo del mio villaggio. Che è un bel villaggio medioevale, arrampicato sulle colline della maremma toscana e se si va su alla rocca si vede il mare. Lui aveva l’aspetto stupido, i capelli arruffati e i denti marci, abitava sopra la stalla, vicino alle scuole elementari. Nella stalla teneva i ciuchini, all’epoca ne aveva tre o quattro, li salvava dal macello. Di preciso non saprei dire cosa avesse, forse soffriva di una forma di epilessia perché a volte lo trovavano per le vie del paese mezzo tramortito, pur essendo astemio.

Noi ragazzini lo prendevamo sempre in giro. A volte, usciti da scuola lo circondavamo e gli si cantilenava Carmelo, Carmelo sempre su pel pero e giù pernacchie e risate e versi irriverenti. Lui si arrabbiava, a volte ci tirava i sassi, si rinchiudeva imprecando nella sua stalla. Tutta la sua famiglia era strana: la sua mamma sembrava una strega senza denti, il babbo era alcolizzato perso e la sorella Lilia, l’unica in paese ad avere i capelli tinti di biondo platino, faceva il mestiere più antico del mondo. Questa definizione affascinante la sentii in cucina mentre giocavo dalla mamma e da Wanda la sua amica del cuore e decisi all’istante che da grande anche io avrei fatto il mestiere più antico del mondo, doveva essere un gran bel mestiere! Si guadagnava bene perché Lilia si alzava sempre tardi la mattina, aveva il rossetto rosso era piena di collane e poi aveva il mangiadischi più strafigo del paese!

Quando succedeva, per noia, che tutti noi bambini, che i bambini possono essere molto perfidi si sa, andavamo a stanare Carmelo, anche io ci andavo, ma rimanevo sempre un passo indietro e i sassi non glieli tiravo perché lo intuivo che non era cattivo e perché, confusamente, ero solidale con lui, però non mancavo mai perché sapevo che a causa del mestiere umile, il più umile del paese, del babbo rischiavo di essere additata io come la scema del villaggio!

Un pomeriggio ero rimasta a casa perché convalescente e sola perché gli altri bambini erano al doposcuola. La mamma mi permise quindi di uscire un po’ per i fatti miei. Arrivai fino al fossato dove c’era in costruzione la nostra capanna, mia e dei miei amici e mi bagnai i piedi per tentare di saltare il fosso. Stavo quindi tornando di corsa sapendo già cosa mi aspettava: una bella tirata di capelli, i modi a quell’epoca erano spicci, i piedi ad asciugare nel forno della stufa e la merenda col pane tostato e marmellata.

La sfuriata valeva la pena: il pane in quel modo mi piaceva molto! Sorridevo quindi all’idea, mentre arrancavo sulla salitina della scuola. Fuori della stalla c’era Carmelo e quando lo incrociai il mio sorriso non si spense. Lui, sorpreso ma non troppo perché mi conosceva, mi chiese se volevo vedere una cosa bella all’interno della stalla. Lo sapevo che dovevo dire di no, ma mi dispiaceva e quindi accettai titubante. Entrammo, lui davanti e io dietro. Nella stanza c’era odore di umido, di muffa ed era un po’ buio, il chiarore arrivava solo da una finestrella sudicia. Sentivo, senza vederlo bene, un ciuchino che piangeva disperato. Entrai nel panico più totale, avrei voluto scappare a gambe levate, ma lui mi prese per mano e mi portò vicino all’animale che… stava partorendo!

Per la prima volta nella mia vita assistei attonita allo spettacolo traumatico e miracoloso del parto. Dall’emozione e dalla sorpresa mi misi a piangere con le mani davanti agli occhi e lui venne vicino per consolarmi, porgendomi il fazzoletto. A quel punto, come una furia, nella stalla entrò il babbo preoccupato perché tardavo, mi prese per un braccio, fece una scenata a Carmelo e mi trascinò via. Mentre mi tirava, io mi girai a guardarlo e nei suoi occhi scorsi, scintillante e solitaria, una lacrima. Avrei voluto rendergli il fazzoletto che avevo in mano ma cadde, dimenticato nella paglia.

Fu l’ultima volta che lo vidi: qualche mese dopo, fu trovato morto, stroncato da uno dei suoi attacchi, in una viuzza del paese. Di una cosa però sono sempre stata grata al babbo; che non lo picchiò, che non fomentò un linciaggio, che sotto sotto i paesani avrebbero gradito. Carmelo voleva solo farmi assistere al miracolo della vita! Da allora non ho più assistito a nessun altro parto, se non al mio, e il ricordo della ciuchina l’ho ammantato di poesia. In fin dei conti tutti gli scemi del villaggio sono poeti.

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