Fuga di cervelli? No, esodo incentivato dal Governo con il decreto del fare

immigrati-italianiCon l’espressione fuga dei cervelli si è sempre voluto indicare un fenomeno che vede la migliore gioventù di questo paese orientata a trasferirsi verso altre città nella convinzione che altrove verranno loro offerte nuove possibilità di emergere, sicuramente  migliori di quelle che Napoli e la Campania possono offrire. Oggi l’espressione acquisisce un nuovo significato, poiché la fuga sembrerebbe aver  inizio fin dagli anni dell’Università. Il Ministro Maria Chiara Carrozza, nel decreto “del fare”, ha annunciato che verranno assegnate borse di studio alla categoria dei cosiddetti studenti meritevoli che decideranno di svolgere il loro corso di studi lontano dalla loro città di residenza.

Non sono previsti aumenti di borse di studio delle Regioni in difficoltà; non saranno stanziati soldi per il diritto allo studio né sono state varate misure che permettano la diminuzione del contributo regionale a carico di ogni iscritto.

Eppure è lo stesso ministro dell’Istruzione che minaccia le dimissioni se non ci saranno forti investimenti nella scuola pubblica, giacché è evidente che i 40 miliardi previsti per la Scuola non sono sufficienti a garantire il diritto allo studio né la sicurezza di questa generazione e di quelle che seguiranno – non ultimo la spinosa questione dell’edilizia scolastica, su cui pure la titolare del dicastero si è espressa.

È lo stesso ministro che ha formulato chiaramente l’ipotesi pochi giorni fa: che gli atenei italiani sviluppino quanto prima la capacità dell’autofinanziamento. Ma ci chiediamo, quali possano essere i soggetti interessati ad investire sulla formazione di una generazione che poi emigrerà, portando altrove la propria professionalità, la specializzazione e le peculiarità acquisita? Forse le aziende potrebbero essere disposte ad assumere determinate figure lavorative e non ci sembra troppo azzardato ipotizzare che il flusso di questi esborsi, sarebbe indirizzato verso il settore scientifico, più che verso quello umanistico.

I nostri avi andarono in America e in Argentina e buona parte di loro fece fortuna. I nostri fratelli e i nostri figli oggi partono perché sono cittadini del mondo, perché l’Europa per loro è a portata di mano e non si sentono più emigranti. Una volta laureati, vanno a fare i ricercatori in prestigiose facoltà europee o – appena trentenni – conquistano con giusto merito la docenza universitaria presso autorevoli colleges americani.

Sono loro, oggi, i cervelli in fuga, quelli a cui viene data la possibilità e i fondi per sviluppare progetti e ricerche innovative, in campo medico come nell’ambito della nanotecnologia. Solo i più audaci tentano la sfida di affermarsi nella loro terra, portando il loro sapere in dote ad un sistema di mercato sempre più claudicante.

Pensare che adesso debbano cominciare a fuggire anche gli studenti universitari, incentivati ora anche dal Governo ad andare via, dà il senso di un vuoto prima di tutto istituzionale che non si può colmare solo con l’esborso di danaro, pubblico o privato, ma che richiede un intervento di riforma profonda di un intero sistema che sta implodendo su se stesso.

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