Libertà di stampa? L’Italia al 57esimo posto dietro paesi come il Burkina Faso, le Isole Comore, il Ghana e la Papua Nuova Guinea

classifica libertà stampaLa libertà di stampa, e in generale di informazione, è un indicatore ormai imprescindibile affinché un paese possa essere definito democratico e libero. Per questo, negli ultimi anni, si sono stilate delle vere e proprie classifiche.

Tra queste c’è la classifica di Reporter senza frontiere, un’organizzazione non governativa, fondata in Francia nel 1985 con lo scopo di difendere la libertà di stampa e monitorarne il livello in 179 paesi. La classifica pubblicata da RSF ogni anno misura il livello di libertà di informazione, basandosi sul grado di libertà di cui godono giornalisti, agenzie di stampa e blogger, in ognuno di questi paesi, e le azioni intraprese dalle autorità per assicurarne il rispetto.

L’Italia appare in posizione stazionaria, pur recuperando qualche punto nella classifica mondiale, al 57esimo posto (dietro paesi come il Burkina Faso, le Isole Comore, il Ghana e la Papua Nuova Guinea), caratterizzandosi per quelli che vengono definiti tentativi di introdurre “leggi bavaglio”. Infatti, il rapporto afferma che “la cattiva legislazione osservata nel 2011 è proseguita, soprattutto in Italia, dove la diffamazione deve ancora essere depenalizzata e le istituzioni ripropongono pericolosamente leggi bavaglio”, riferendosi, molto probabilmente, alla cosiddetta legge Salva Sallusti.

Ma vediamo come vengono assegnati i punteggi che portano alla classifica di Reporter senza frontiere. Esistono degli indicatori standard in base ai quali vengono poste le domande che seguono sei criteri generali: il pluralismo, che misura il grado di rappresentazione delle opinioni nello spazio mediatico; l’indipendenza dei media, che misura il grado in cui i mezzi di informazione sono in grado di lavorare in modo indipendente dalle autorità; l’ambiente e l’autocensura, che analizza l’ambiente nel quale i giornalisti lavorano; il quadro legislativo, che analizza la qualità del quadro legislativo e ne misura l’efficacia; la trasparenza, che misura la trasparenza di istituzioni e procedure con effetti sulla produzione di notizie e informazioni; le infrastrutture, che misura la qualità dell’infrastruttura a sostegno della produzione di notizie e informazioni.

Utilizzando un sistema ponderato per ogni risposta possibile, a ogni paese viene assegnato un punteggio tra 0 e 100 dove 0 indica il grado massimo di libertà e 100 quello minimo.

Esiste, inoltre, il rapporto annuale di Freedom of the Press, dell’organizzazione americana Freedom House, che stila la sua classifica in base a criteri come l’ambito legale, le influenze politiche e le pressioni dagli ambienti economici in base ai risultati, le nazioni vengono classificate in libere, parzialmente libere, o non libere. In questo rapporto l’Italia, fino al 2004, è sempre stata classificata come paese libero, dal 2004, invece, è stata considerata un paese parzialmente libero ed è proprio nell’aprile del 2004 che il parlamento italiano ha approvato una riforma delle leggi che regolamentavano l’emittenza radiotelevisiva, nota come “legge Gasparri”, che introduce alcuni cambiamenti come l’ingiunzione ad alcuni canali di passare alla diffusione per via digitale terrestre e la privatizzazione parziale della RAI.

Al di là delle classifiche e dei criteri che portano il nostro paese ad occupare una posizione piuttosto che un’altra e ad essere definito libero o meno libero, concretamente in Italia non esiste un impianto legislativo adeguato sia alle nuove tecnologie usate dai mezzi di comunicazione, che alla stampa tradizionale. Ancora oggi, infatti, nonostante parziali modifiche, è in vigore gran parte del “Codice Rocco”, il codice penale promulgato dal Governo Mussolini nel 1930 con molte norme di stampo fascista che continuano a regolare questioni relative all’autonomia della stampa. Le leggi che si sono poi susseguite, non hanno migliorato di molto la situazione, anzi proprio dei vuoti legislativi hanno consentito, sin dal 1994, che l’uomo più ricco d’Italia, nonché un magnate dei media, che possiede tre reti televisive nazionali che ricevono la maggiore fetta (più del 60%) della pubblicità televisiva nazionale, nonché proprietario di riviste e giornali, diventasse Presidente del consiglio.

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