Il drago di giada, il pezzo mancante

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Era piccola quando la sua mamma venne uccisa.

Si ricorda ancora, come fosse oggi, il terrore, l’impotenza, il senso di vuoto di smarrimento e di incredulità di fronte al fatto che la sua mamma semplicemente non c’era più! Niente più coccole, niente più novelle lette insieme nel lettone, niente più capricci da cui farsi poi perdonare.

Quella terribile notte lei si era alzata per andare in bagno e dalla camera della mamma arrivava un verso strano, come di animale, ma loro due non avevano animali. Andò di filato in bagno sperando di scacciare quella sgradevole sensazione, ma quando uscì quel rantolo era ancora là quindi si affacciò di malavoglia sulla soglia della camera. Quello che successe dopo, fu abbastanza caotico e nella sua testa turbinava ancora come un’immensa nausea cerebrale. Piangente, inciampò nella mano della mamma dalla quale cadde un piccolo frammento di giada verde che lei raccolse e infilò nella tasca del pigiamino, dimenticandolo. Molto probabilmente furono le sua urla di bambina ad allertare i vicini. Si ricorda la polizia, si ricorda una grande confusione per casa e dopo la sua vita non fu mai più la stessa. A otto anni era stata privata dell’unico affetto della sua vita, della casa, delle sue abitudini e della tranquillizzante quotidianità della sua piccola esistenza. I poliziotti conclusero che l’omicidio era stato compiuto molto probabilmente per motivi passionali, ma nessuno venne mai arrestato.

Quest’uomo doveva essere l’amante invisibile, non venne nemmeno mai trovato un sospetto.

Lei, la piccola Giovanna, si ritrovò a vivere con suo padre, un perfetto sconosciuto distratto e sempre preso dal suo lavoro. Imparò quindi a cavarsela da sola, a non contare mai sull’aiuto di nessuno e non confidarsi mai. Il suo aspetto di giovane donna quale era ora strideva notevolmente col buio che aveva nelle tempie. Un livido interiore che non si era mai riassorbito e che ogni tanto le martellava ancora. Era un senso d’impotenza insopportabile, un grido di ingiustizia che reclamava quiete.

Giovanna ora era una bella ragazza bionda, con gli occhi chiari, dorata e splendente fuori, grigia e spenta dentro. Non si teneva stretto nessun uomo, nessun lavoro. Non era andata all’università eppure era brava, aveva una memoria formidabile. L’unico impegno che riusciva a mantenere e che faceva relativamente volentieri era la volontaria in ospedale, l’ospedale maggiore della sua città; non sapeva di preciso il motivo, ma in quell’ ambiente la sua sofferenza era condivisa, allargata, meno densa e quindi meno dolorosa.

Quel pomeriggio era di servizio al reparto di chirurgia, doveva prestare le sue piccole e preziose attenzioni agli operati. Porgere un sorso di acqua o passere una salvietta umida su una fronte sudata, faceva bene a loro e a lei. Il signore al quale era assegnata, era sempre solo, non parlava mai, non aveva mai nessuno che veniva a cambiarlo, a imboccarlo. Era solo quanto lei, operato all’ intestino, quasi sempre sotto morfina e stremato. Man mano che i giorni passavano, si creò un legame familiare fra loro due, lei lo imboccava e lui, in silenzio, mangiava. Lei gli bagnava le labbra e lui beveva avido. Decise, Giovanna, di fargli delle spugnature sul torace e mentre lo lavava fu attratta da un pendaglio che aveva al collo. Strano, pensò, deve essere molto importante per lui dal momento che agli operati fanno togliere tutti i monili. Lo guardò e vide che si trattava di un drago di giada verde, da cui mancava un pezzetto di muso. Il ciondolo si impresse nella sua mente, la notte dormì male, le successe di rivivere la notte dell’assassinio, era tanto che non capitava più, si sentì la febbre. Eccitata e fuori di sé andò nella scatola dove aveva serbato, meglio dire nascosto, il piccolo frammento caduto dalla mano della mamma morente e le sembrò proprio il pezzo mancante dal drago del suo paziente.

La mattina dopo si recò in reparto con il suo segreto stretto fra le mani. Entrò nella stanza n.9 dov’era il malato e senza tante cerimonie afferrò la catenina e avvicinò il frammento, collimava alla perfezione!

L’uomo sbiancò, ma non disse niente, non rispose. Una stanca rassegnazione gli disegnò il viso magro. Non rispose ai perché di Giovanna e a lei del resto non le importava più! Un’esplosione di gelosia finita male, o il sesso negato all’ultimo minuto, che importanza poteva avere per lei, a distanza di quasi 20 anni? Quello che fece nei minuti seguenti le sembrò perfettamente normale, le parve, anzi, di avere vissuto solo per quell’attimo. L’attimo in cui gli sfilò dal collo il drago di giada e lo mandò in overdose di morfina, senza esitazione. La sua morte non destò sospetti particolari, era solo al mondo e la pratica fu archiviata velocemente. Lei non andò più a fare volontariato, non ne aveva più bisogno e si iscrisse all’università: Psicologia, voleva fare la criminologa.

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