I giovedì della signora Giulia

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Giulia prese il suo beauty case, impugnò il suo trolley e si incamminò verso il residence dove alloggiava i giovedì di ogni settimana.

Nel residence, come in tutti i residence, il bilocale era abbastanza squallido, ma lei aveva molto gusto e l’aveva reso subito carino ed accogliente, pieno di foto, di libri, con tende e divani bianchi, ravvivati da vivaci cuscini rossi. La cura che aveva messo nel rendere gradevole l’ambiente poteva sembrare perfino eccessiva, visto che di fatto ci viveva solo un giorno ed una notte alla settimana, poco più di quattro giorni al mese, per riprendere poi la sua vita vera, lontano da lì, ma il gioco valeva la candela e voleva proprio che l’ambiente fosse così, caldo e confortevole. Poi, il venerdì mattina, si chiudeva la porta alle spalle e non ci pensava più. O meglio, ci pensava, ma molto intimamente e una parte di lei non vedeva l’ora di essere di nuovo lì.

Appena arrivò si tolse il vestito un po’ troppo vistoso con il quale era uscita quella mattina. A dire il vero tutta la sua figura era appariscente: era molto alta, circa un metro e ottanta, fianchi stretti, sedere alto, capelli corti e una seconda di reggiseno, pur essendo reputata una taglia piccola, non avrebbe cambiato il suo seno con nessun altro al mondo, era perfetto.

Entrò sotto la doccia e il getto caldo la rincuorò, il compito che l’attendeva non era certo facile, tutte le settimane era un’ansia terribile affrontare quella prova, ma era l’unico sistema per cercare di sbrogliare la matassa con dolcezza e cautela. Si pettinò i capelli nerissimi all’indietro, si vestì con cura, scegliendo per l’occasione una camicia bianca indossata su dei semplici jeans e delle basse infradito, senza tacchi, non ne aveva bisogno. Le rimanevano pochi minuti prima dell’incontro, andò nel terrazzo che non offriva una bel panorama visto che si perdeva nella periferia della città, comunque il nascere del giorno portava con sé un invito alla speranza e Giulia lo aspirò a pieni polmoni. Si accese una sigaretta, pensosa ed inquieta ed attese.

Quando suonò il campanello, la solita emozione violenta la colse, la paura di sbagliare, l’ansia di tradirsi l’assalì come al solito ma coraggiosamente si passò una mano fra i capelli e andò ad aprire la porta. Fu assalita da una nuvola di abbracci, di risate, di baci. Le sue figlie, le sue adorate figlie erano di nuovo, come ogni giovedì, fra le sue braccia. Le ansie dissolte, la paura tenuta a bada, esisteva solo l’immensa felicità del ritrovarsi. Le bambine, due magnifiche gemelle di 8 anni, le raccontarono d’un fiato la settimana trascorsa, fatta di piccole fatiche e di grandi progressi, cercando di sottrarre l’una all’altra la sua attenzione e lei beveva le loro confidenze beata, quasi piangendo dalla gioia.

Passarono la giornata come al solito, andando nella piscina del residence, passeggiando, facendo un po’ di shopping; la sera poi andarono a mangiare una pizza e fu come sempre: una piacevole baraonda, Giulia ci sapeva fare, le fece ridere, comprò i gelati più grossi eppoi, in casa, si misero a giocare come tre vecchie amiche. Dormirono insieme nel lettone, ma la mattina arrivò spietata e si trovò costretta a svegliarle presto, prepararle e quando suonò di nuovo il campanello, consegnarle piagnucolose a Manuela che la guardò interrogativa.

Si vestì anche lei, indossando un vestito rosso, sistemò il bilocale e uscì, velata di tristezza, nella periferia di Milano sonnolenta e abbandonata. Fra poco sarebbe stata di nuovo Giulia, la drag queen più quotata della città. I suoi spettacoli al Masquenada erano un evento, a loro modo anche culturale, perché lei era molto raffinata e mai volgare. Purtroppo il suo guaio era dato dalla sorte che l’aveva fatta nascere Giulio Sottili ma una notte in cui tutto fu magico e irripetibile, concepì le sue bambine con Manuela, una persona speciale che non l’aveva privata della gioia di essere genitore, a patto di preparare le bambine con gradualità alla sua condizione “particolare”.

Ogni giovedì quindi si sforzava di apparire un classico papà, cercando di essere “normale” e “maschio” al punto giusto. Si, ma allora perché quelle birbe di gemelle l’avevano salutata con uno spontaneo ciao mamma? 

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