Una storia piccola

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Oggi vi racconterò una storia, una piccola storia fatta di piccole meschinità, la mia storia.

Io e Elisabetta eravamo amiche da sempre, avevamo 4 o 5 anni quando un bizzarro caso ha fatto conoscere noi e le nostre famiglie. Lei stava per essere investita dalla 850 Fiat guidata da suo padre, che andava in retromarcia e non l’aveva vista, quando il mio babbo, che passava di lì per caso, capì all’istante cosa stava per succedere si lanciò verso di lei, la prese al volo e la salvò dall’urto. Da allora abbiamo condiviso un importante e lungo cammino di vita. Mi ricordo che prendevamo in affitto per un mese la casa al mare a Follonica; ci sono molte foto in bianco e nero a testimoniare i nostri visini felici, intente a costruire castelli di sabbia e fare bagni. Le nostre famiglie poi lasciarono il paese nello stesso periodo per trasferirsi in città, siamo cresciute fianco a fianco.

Il fatto singolare era che ci somigliavamo moltissimo, tutti credevano che fossimo gemelle, stessa età, stessa altezza, molto olivastre e con i capelli nerissimi tagliati con la frangetta. Noi due eravamo orgogliose e divertite da questo piccolo equivoco che alimentavamo spesso per puro nostro diletto. In città si giocava e si studiava e tutti i giorni ci si vedeva, ma man mano che siamo cresciute abbiamo manifestato, come era inevitabile, sempre più le nostre diversità. Lei era una ragazzina molto positiva, aiutava in casa, era bravissima a scuola; io al contrario ero pigra, indolente, mediocre e i facili paragoni che faceva sempre la mia mamma con Elisabetta, cominciavano a darmi un po’ fastidio. Nell’adolescenza, intorno ai nostri sedici anni, le cose dentro il mio animo, peggiorarono inesorabilmente. Lei era molto carina, faceva colpo con la minigonna e gli stivaletti con le stringhe, era molto femminile. Io al suo confronto mi sentivo a disagio ed ero il brutto anatroccolo: magrissima e un po’ sgraziata, le minigonne mi stavano male, gli stivaletti mi andavano grandi e quando uscivamo per me non c’era mai nemmeno uno sguardo. Quando andavamo a ballare il pomeriggio, poi, io restavo spesso da sola, reprimendo le lacrime guardandola ballare.

Cominciai a frequentarla di meno, cercando ragazze del mio livello, con le quali stupidamente mi sentivo più a mio agio e, anche se dentro di me la sentivo sorella e restava comunque la mia migliore amica, la evitavo un po’ mentre lei continuava, testarda, a telefonarmi e cercarmi tutti i giorni.

All’alba dei nostri vent’anni, io già lavoravo in ufficio lei, invece, frequentava l’università con ottimi risultati. Era bella come il sole, intelligente e con un futuro promettente, molto più del mio che in ufficio sono ingrigita. Quindi quel pomeriggio di aprile, quando la sua mamma la cercò a casa mia, le risposi in fretta che non c’era non preoccupandomi affatto. Nemmeno quando riprovò verso le 11 di sera e la sentì agitata, io mi preoccupai, anzi! Già, nella mia sottile cattiveria, la vedevo abbracciata a qualche ragazzo superfigo, felice e dimentica di noi. Il giorno seguente, assonnata come al solito, mi recai al lavoro e in mattinata cominciò a spargersi la voce che una giovane donna si era buttata sotto il treno ma che non si sapeva chi fosse.

Al bar ascoltavo distratta, senza la minima premonizione. Quando uscii dal lavoro, però, c’erano i miei genitori ad aspettarmi ed allora capii… la giovane donna era proprio lei, Elisabetta. Una voragine mi si aprì nella testa, mi squassò il petto, mi rese di pietra. Io, la sua “migliore” amica non avevo assolutamente capito e recepito il suo disagio. Accecata dalla mia gelosia meschina, non l’avevo ascoltata mai. Di fatto, pur frequentandola tutti i giorni, non l’avevo, per colpa solo mia, conosciuta. Quei silenzi, quei momenti di malinconia improvvisa che la assalivano, nella mia povera testolina erano solo inquietudini legate a chissà quale avventura amorosa, che mi teneva nascosta. Non abbiamo mai saputo il perché abbia trovato il coraggio di aspettare il treno ed andargli incontro col volto protetto dalle mani. Non andai al suo funerale, ero troppo arrabbiata con lei e con me stessa, dovevo piangerla da sola, stare in silenzio, al buio e cercare di capire. In città cominciarono a circolare voci che forse era incinta, che forse era drogata. Stupida gente, lei era Elisabetta, una bella e giovane e sensibile, sfortunata ragazza.

Sono passati tantissimi anni da allora, ora sono una signora di mezza età e il ricordo di Elisabetta si affaccia ogni tanto come un vecchio dolore al quale ci si affeziona e che scandisce il mio tempo ma quando andrò di là, dove lei si trova già da tanti anni, la cercherò e le andrò incontro come una madre. Lei sarà ancora giovane e bellissima, non più devastata dall’impatto col treno e la abbraccerò e la carezzerò. Non le chiederò niente, sono io la maggiore colpevole, ma finalmente la comprenderò, spoglia della mia piccola e meschina invidia.

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