Risvegli, un racconto a due voci

Coffee-Break

Quella mattina ero andato a cercare il mio collega per invitarlo ad un’uscita in barca. Il fine settimana metteva tutto sole e anche agosto può essere fantastico per una gita in barca a pescare e godersi i frutti della pesca, sorseggiando un buon vino bianco.

Entro deciso nella saletta post operatoria trovando una grande agitazione, erano tutti quanti intorno ad una ragazza che non ne voleva sapere di svegliarsi. L’intervento, fra l’altro banale, era riuscito ma la “stronza”, come veniva chiamata lì non si svegliava. Mi venne naturale prenderle la mano, scostarle i capelli ricci dal viso e rassicurarla, piano, che sarebbe andato tutto bene. Intanto intorno volavano schiaffi sul suo viso, le intimavano di svegliarsi, brutta stronza che non era altro. I metodi spesso sono questi, dettati dallo stress e dal panico che una situazione del genere può creare.

Pensavo che la morte fosse così: l’impossibilità assoluta di comunicare, invece avvertivo tutto, gli insulti che mi arrivavano, lo sconcerto intorno a me e il terrore dentro di me per l’impotenza di non poter gridare, urlare che li sentivo, che non ero morta. Ma restavo lì, immobile, e l’immagine che avevo davanti era il buio di quando si sarebbe chiusa la cassa e di me che udivo il martellare sui chiodi. Ad un certo momento mi sentii afferrare la mano e carezzarmi il viso, poi udii una voce dire che sarebbe andato tutto bene, forse era l’angelo che mi veniva a prendere per portarmi via, forse sarebbe stato meno terribile del previsto.

Alla fine, per fortuna, tutto si risolse per il meglio e la ragazza si svegliò piangendo disperatamente. Mi strinse forte le mani mettendomi in imbarazzo perché me le baciò addirittura. Impacciato la salutai, mi dimenticai della gita in barca e ritornai, ancora un po’ scosso al mio reparto.

Mi ero svegliata finalmente e piansi con tutta la forza che avevo in corpo, forse la mia reazione nei confronti di quel dottore fu esagerata, quanta sorpresa vidi nei suoi occhi, ma per me era stato un angelo, il mio angelo custode, quindi quando fui dimessa andai a cercarlo in reparto per ringraziarlo ed invitarlo, almeno per un caffè.

Quando due giorni dopo me la ritrovai davanti, rimasi colpito dalla sua altezza, praticamente era alta quanto me che sono un metro e ottanta, e dai suoi occhi verdi che su la pelle nera brillavano come due smeraldi. Mi propose un caffè e io, maldestramente, accettai e le detti appuntamento per la sera stessa, alla Fiumara. Il problema sarebbe stato dirlo a Cristina, ma magari non sarebbe stato necessario.

Era una di quelle sere dove si potevano vedere cadere le stelle ed esprimere desideri e dopo il caffè, proposi a Luca, così si chiamava il mio angelo, di scendere alla spiaggia e stare a vedere se qualche stella cadeva, ché avevo da esprimere desideri importanti. Il giorno dopo sarei partita per l’Australia dove mi aspettava una nuova esperienza lavorativa e volevo col tutto il cuore esprimere un desiderio, il mio desiderio.

Lo sapevo che stavo scivolando in un terreno molto pericoloso, ma quando Amina, così si chiamava, mi propose di andar a veder le stelle, guardandomi coi suoi occhi lucenti più di mille stelle, non seppi o non volli dirle di no e ci mettemmo a naso in su uno accanto all’altra ad aspettare.

Quando vidi la stella cadere, con la sua parabola bella e triste, chiusi gli occhi ed espressi con tutta la mia forza il desiderio, anche se in quel momento non sapevo più bene quale fosse. Mi venne quindi naturale stringere la mano di Luca e un attimo dopo, la luna ed anche le stelle, ci sorpresero a fare l’amore.

Il suo corpo era generoso, accogliente come la sua bocca grande, i suoi seni erano un inno alla gioia: prosperosi, materni e odorosi di terra, io mi fusi in lei quasi a cercare le mie radici e mi sentii, forse per la prima volta nella mia vita, completamente appagato.

Mille e mille sigarette dopo, dopo che lei se n’era andata lasciandomi orfano, svuotato, senza radici e solo perché Cristina ormai era solo un’immagine sbiadita, mi arrivò una busta. La aprii quasi febbricitante e dentro trovai solo una foto di una bellissima bambina con scritto: Maya ed io arriviamo col volo n. 678 del 15/02 alle ore 22. Entrai nella confusione più totale, mi misi a girare per la stanza come un’ape impazzita. Mi sentivo svenire, il 15 era l’indomani e io non ero pronto. La sera dopo, comunque, mi recai all’aeroporto, mi attaccai alla vetrata e quando le vidi andai correndo verso di loro ma…

Lo vidi da lontano il mio bell’angelo. Tutti i mesi passati lontano erano stati un inferno e anche affrontare l’arrivo di Maya da sola era stato difficile, ma il ricordo di quell’unica notte magica mi era bastato per andare avanti. Ora sarebbe andato tutto bene, avevo ottenuto il trasferimento a Roma, potevamo accomodarci in qualche modo. Il fatto che Luca ci stava venendo incontro voleva dire che aveva capito che Maya era sua e che l’aveva accettata. A pochi passi dal nostro abbraccio, lo vedo barcollare, tenersi il petto, cadere a terra. Lascio tutto e con Maya in collo corro verso di lui, giusto in tempo per prenderlo fra le braccia.

Ora sono qui in ospedale, ci hanno dato una stanza tutta nostra, gli tengo la mano e gli sussurro di non aver paura, che ci siamo noi, le sue donne. Aspetto che si svegli, in fin dei conti non ha avuto niente di grave, un episodio di stress, di calo di pressione.

“Svegliati amore”.

Non ce la faccio a riemergere, sento la sua mano calda nella mia, so che ho una figlia, so che la donna, la sola donna che voglio è tornata, sento il suo odore nell’aria, l’odore delle mie radici. E allora?

“Forza Luca, riemergi”…
“Ri… e … mer… gi… no, non sento più niente…”.

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