Gli F24 e il biancocandy

Coffee-BreakCoffee Break, i Racconti di NapoliTime

Il tir sta arrivando e non riesco a muovermi, sta per piombarmi addosso senza che io possa far niente, sono inchiodato a terra e per quanto tenti di tirarmi su non ce la faccio, sento il suono disperato e prolungato del clacson, mi riparo il volto con le mani rassegnato all’impatto e… faccio un salto dal letto, svegliandomi. Sono sudato, guardo la sveglia, sono le sei, decido di alzarmi. Mi dirigo verso la doccia, inciampo nella scatola della pizza di ieri sera, calcio le lattine di birra, rovescio il posacenere, apro la doccia, è fredda. Mi sono dimenticato di accendere lo scaldabagno, poco male. Mi guardo allo specchio, la faccia che mi rimanda è la stessa di un anno fa, forse solo un po’ più stropicciata, la stessa di quando ero una persona “normale” ma non sono più quella persona lì. Mi chiamo Gianfranco Rossi e fino ad un anno fa facevo il commercialista, ero un rispettato e brillante ragioniere iscritto all’albo. Redigevo bilanci, pagavo F24, mi occupavo di ricorsi e di avvisi bonari, la mia vita scorreva su un tranquillo binario, la sera puntualizzata dagli apericena, da qualche puntata al teatro oppure al cinema, dipendeva spesso dalla signora che mi accompagnava, tutto lasciava presupporre che sarei invecchiato felicemente così, ma…

Non so se la molla che scattò in me era già lì che covava pronta a balzare sconquassandomi la vita, oppure fu la nausea forte che mi attanagliò lo stomaco in quei giorni, stravolgendomi, e che se ci penso mi accompagna ancora oggi. Circa un anno fa, appunto, arrivò improvviso un controllo a tappeto presso la mia ditta più importante, alla quale offrivo consulenza profumatamente compensata. Facevo in modo che pagassero le tasse equamente, tenevo in regola tutti i loro conti riuscendo a non far intaccare troppo dal fisco le loro sostanziose fortune, quindi, quell’intrusione fu una spiacevole sorpresa. Dopo aver spulciato libri contabili, bilanci, verbali di assemblea, non trovando quasi niente, (qualcosina è sempre bene che trovino, pensavo) fecero intendere ai miei clienti che avrebbero gradito una cospicua “riconoscenza” per mettere a tacere le irregolarità riscontrate e soprattutto per non tornare più. Io consigliai loro di non accettare, di fare ricorso, di non abbassarsi ad uno squallido scambio di mazzette, ma senza successo. Questo tacito accordo stranamente mi mandò in crisi, cominciai a chiedermi, nei giorni seguenti, che senso avesse cercare di trovare un equilibrio fra lo stato e la piccola imprenditoria, le cose sarebbero sempre andate così, con soddisfazione di tutti. Pian piano cominciai a tralasciare cartelle, le pratiche suap non erano più fra le priorità, andavo in ufficio sempre più tardi ed uscivo sempre prima, come se le cartelle contabili scottassero sotto le mie dita. Cominciai a sentirmi complice, e lo ero, di un sistema corrotto nel quale non mi trovavo più. La nausea saliva sempre di più. Qualche tempo dopo, in piena crisi, che cercavo di contenere con antidepressivi, ebbi un incontro di lavoro con una giovane cliente che gestiva una lavanderia a gettoni.

Mentre eravamo impegnati nella revisione del suo bilancio, ricevette una telefonata e dovette andare via per problemi di salute con suo figlio, poi risultati seri. Mi lasciò lì, in quel mondo completamente estraneo fatto di oblò, a fare la chiusura. Rimasi un po’ impacciato, senza sapere bene cosa fare. Dopo un po’ arrivò di corsa un’adolescente agitata che doveva lavare e asciugare le lenzuola prima che rientrassero i genitori, “aveva fatto casino col fidanzato”, mi disse, così l’aiutai a riempire l’oblò, la supportai nell’asciugatura e una volta pronti i panni, l’aiutai a piegarli, facendole anche una timida paternale. In seguito fu la volta di una badante rumena, trafelata, coi piumoni, mi raccontò la sua odissea con una vecchietta dispotica, io la ascoltai con interesse. Arrivò poi Ana, una parrucchiera col suo carico di asciugamani, una ragazza semplice che non si lamentò del suo lavoro, anzi! Era contenta, nonostante la crisi. Tornai a casa frastornato, quel mondo semplice, colorato di persone semplici, coi loro problemi di vita vera mi aveva completamente ammaliato e tranquillizzato… al tempo stesso, però, mi sentivo uno stupido, cosa mi stava succedendo? Domani torno in ufficio mi dissi o divento matto! Il giorno dopo tornai in ufficio ma mi sembrava di vivere un incubo, il socio ormai mi guardava male, erano mesi che andava avanti questa storia, non sostenni il suo sguardo accusatorio e uscii in strada, trovandomi come per un caso (ma evidentemente non lo era) di nuovo alla lavanderia. Col passare dei giorni, oramai andavo là tutte le mattine; le casalinghe, le commesse, le piccole negozianti mi facevano star bene, avevo guadagnato la loro fiducia e partecipare al loro semplice, eppur complicato mondo, dove era difficile arrivare anche a fine mese, mi gratificava più di una revisione contabile, il fatto di aiutarle nelle loro piccole incombenze e ascoltare le loro fatiche quotidiane, mi stava guarendo dalla nausea di vivere.

Un mese fa sono venuto via dallo studio, lasciando che il socio lucrasse sul mio irrevocabile recesso. La mia è una piccola città, so che la gente sparla, che dice che sono diventato matto, ma cosa vuol dire essere normali? Voi conoscete qualcuno normale? Ho rilevato la lavanderia, a volte Ana rimane a dormire da me, gli piaccio per come sono, non vesto più firmato e non ho nemmeno più tanti soldi, ma sono me stesso e a volte mi riesce perfino essere sereno. Mi guardo di nuovo nello specchio, mi sto dimenticando una cosa importante… ah si! Il biancocandy, la candeggina delicata che tengo alla lavanderia per le mie donne… corro a comprarlo, stamani viene Sonia che ha sempre molti camici da smacchiare.

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