La difficile convivenza con i Rom ed il dovere di ospitalità, spesso degradante, che si traduce in costi per lo Stato

RomNapoli – L’ultimo episodio che rivela la difficile convivenza tra i Rom ed i cittadini napoletani risale al 13 novembre scorso quando nel quartiere Poggioreale alcune donne hanno aggredito un gruppo di Rom per impedire la costruzione di una baracca fuori l’area a loro destinata.

La cronaca degli atti di violenza contro la popolazione Rom è lunga e spesso annovera anche dei morti come nel febbraio di quest’anno dove ci furono due vittime nell’incendio al campo di Via Ponticelli a Napoli o quello del 2010 dove le indagini hanno scoperto che i clan Casella e i Circone avrebbero provocato il rogo per evitare che bambini nomadi andassero nella stessa scuola dei figli.

Si verificano di frequente manifestazioni di intolleranza contro gli accampamenti Rom presenti nell’area urbana e suburbana con incendi e manifestazioni contro la loro presenza, spesso in risposta all’ennesimo atto criminale compiuto da appartenenti ai campi nomadi.

Le notizie degli ultimi mesi in Campania li vedono protagonisti di furti di rame, come nel settembre 2013 nell’accampamento di Caivano dove i Carabinieri hanno trovato circa 1400 chili di cavi di rame.

Il monitoraggio dei campi Rom spesso non basta a rendere la convivenza meno difficile perché dietro una calma apparente ci sono storie di piccola delinquenza e traffici illeciti, situazione che esplode al verificarsi dell’ennesimo episodio, più grave, scatenando la cittadinanza in manifestazioni le istituzioni incapaci di porre un freno alle attività illecite svolte dai rom.

Chi sono i Rom? Il popolo dei Rom (che in lingua romanes significa uomo, marito) è il popolo nomade che a partire dal medioevo è giunto in Europa provenendo dall’India del Nord-Ovest. Per la loro particolare conformazione sociale e culturale sono stati definiti “zingari” e spesso accusati di essere pericolosi specie per la loro predisposizione al furto.

Da ricordare che hanno subito anche la deportazione nazista, che chiamano Porajmos o Porrajmos che nella loro lingua significa devastazione o grande divoramento, oppure Samudaripen cioè genocidio.

Il loro numero in Italia è stato calcolato in base all’ordinanza di protezione civile del 30 maggio 2006 partendo dalle regioni dove è stata riscontrata la loro maggiore presenza come Campania, Lombardia, Lazio. Il risultato scaturito è di 12.3346 persone di cui 5.436 minori e dalle parole dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni comunicava che altre 12mila persone si erano allontanate dai campi dall’inizio di giugno 2008. Le stime del Ministero dell’Interno parlano di circa 130mila persone appartenenti all’etnia Rom presenti nella penisola italiana.

Il nodo non è la loro presenza, ma la convivenza ed in alcuni casi l’integrazione. C’è chi aspira ad una piena integrazione nel tessuto sociale del Paese che li ospita, cercando una collocazione lavorativa e nel contempo ci sono quelli che vogliono restare con la loro struttura sociale avulsi dal contesto istituzionale e sociale del Paese ospitante.

Sebbene l’International Labour Organization (ILO) l’agenzia per il lavoro delle Nazioni Unite, nel marzo 2009, abbia condannato l’Italia per intolleranza e per una politica intimidatoria creata dai leader politici associando i rom alla criminalità, per contro ci sono numerosi atti di criminalità documentati presso le forze dell’ordine che vanno dai furti in appartamenti, furto d’auto, borseggio e rapimento di bambini.

Ci sono solo tre campi nomadi in Italia precisamente a Napoli, Roma e Milano che ricadono sulla spesa pubblica per allestimento, gestione e manutenzione. Tra il 2005 ed il 2011 sono stati spesi circa 100 milioni di euro a tal riguardo, secondo il rapporto Segregare Costa presentato il 24 settembre 2013 dalla cooperativa Berenice e dalle associazioni Compare, Lunaria e OsservAzione.

Solo a Napoli sono stati spesi circa 24,4 milioni di euro. Ma la chiusura dei campi implicherebbe organizzare soluzioni abitative, come già avvenuto a Pisa, Bologna o Padova che dovrebbero essere concordate con la popolazione dei campi in merito a tempi e modalità.

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