La cattiva madre

Coffee-BreakCoffee Break, i Racconti di NapoliTime 

Sono qui fuori dal pronto soccorso, fumo una sigaretta dietro l’altra, cazzo! Non mi sono mai vergognata così tanto. Sono sporca, ho le mani sporche, le unghie nere, sicuramente il mio odore sarà schifoso e al di là delle barriere del pronto soccorso c’è mia figlia Bea, Beatrice, di due anni che forse muore per colpa mia.

Sono una cattiva madre. Non so nemmeno di chi è figlia! È di uno dei tanti con i quali vado per soldi, per avere sempre la mia dose quotidiana, la mia unica religione. Mi faccio e per farmi faccio la puttana. La faccio in strada, con Bea nel seggiolino, faccio servizietti veloci dando un’occhiata via via all’auto e rientrando al camper da Ettore quando ho i soldi sufficienti per coca latte e pannolini. Che non bastano mai.

Ma stasera la piccola ad un certo punto non si muoveva più. All’inizio ho pensato che dormisse, ma la testina reclinata da una parte era troppo immobile per essere solo sonno, e dopo essermi pulita la bocca e scacciato il cliente bavoso, sono andata controllare. Non si svegliava, ho cominciato a scuoterla, a urlare il suo nome ma niente… era svenuta. Bianca come la luna che questa notte nemmeno c’era e fredda come ghiaccio. Non so come ho fatto a raggiungere l’ospedale, senza restare a secco di benzina, ma ora siamo qui, me l’hanno strappata dalle braccia e l’hanno portata via di là, risucchiata dalle luci al neon, sbarrandomi il passo. Spero solo che non abbiano avvertito chi dico io, spero solo quello. E invece, dopo circa mezz’ora, eccola, cazzo, la stronza!

Con la pelliccia, alta e severa nei suoi tacchi a spillo, seguita da una nuvola di profumo e da una donnetta riverente, arriva come una furia, mi ricorda Crudelia Demon e mi scappa anche da ridere; lei mi fulmina con lo sguardo e passa oltre. Lei è la mia mamma. Amministratore Delegato della banca più potente della città, ricca e stronza: algida e anaffettiva. Bella e inarrivabile.

Ho finito le siga e se ce n’è ancora per molto avrò bisogno della mia dose, cristo santo! Menomale mi assopisco un po’ su una poltrona. Mi sveglia un’infermiera grossa dai capelli unti quasi quanto i miei e mi avverte che la piccola è fuori pericolo, che la tengono in osservazione per un principio di assideramento, ma che tutto andrà per il meglio. Mi suggerisce di andare a casa, tenendosi un po’ sul vago. Io non me ne vado, la voglio vedere, voglio darle almeno il bacino della buonanotte, ma la grassona mi dice che forse è meglio che vada a casa a darmi una sistemata, a farmi una doccia eppoi domattina potrò vederla. Mi scappa la seconda risata della serata, chi ce l’ha una casa? Accampo nella roulotte di Ettore, ecco la mia casa. Forse però ha ragione lei e mi avvio verso l’uscita già incasinata al pensiero della benzina, quando dalla scia di profumo e dal ticchettio dei tacchi capisco che alle mie spalle c’è la “mamma”. Mi giro. Lei mi guarda con disprezzo e mi apostrofa: “Da ora in poi è chiaro che della bambina dovrò occuparmene io, visto come ti sei ridotta”.
“Ecco, brava” – le rispondo con astio – così la farai diventare come me”. Mi molla uno schiaffo e se ne va, veloce come il vento così come era arrivata.

In effetti sono esausta e arrivo al camper in tempo massimo per farmi una striscia prima di mettermi ad urlare. Ettore dorme a torso nudo tutto scarmigliato e mi domando che tipo di sentimento dolente ci lega, se la tossicodipendenza o la solitudine o il bisogno di amore, forse  proprio la miscela di tutta questadiaperazione. Mi spoglio, sento che sono dimagrita ancora, mi lavo alla meno peggio e scivolo accanto a lui, abbracciandolo stretto; ho freddo, sono impaurita e mi manca la piccola Bea.

Forse, penso, è meglio che stia alla villa con mamma, avrà tutte le comodità del mondo, mangerà a orari regolari e avrà i più bei vestitini della città. Certo le mancherà l’amore che maldestramente le so dare e le mie carezze prima di dormire, ma crescerà in un ambiente “giusto”… No, non posso permettere che mi sia portata via, penso subito dopo. E immagino la mia vita ripulita dalla droga, vedo me stessa lavorare magari come commessa e crescere Bea nella quasi normalità, ma il sonno e la coca mi stanno portando via… Domani, ci penserò domani…

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