L’espiazione di Graziana

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Sto leggendo l’e-mail che pare uscita da un messaggio in bottiglia, ritrovato dopo anni che vagava in mare… Mi stupisco, vado su Facebook per scoprire se chi mi ha scritto ha preso da lì il mio indirizzo di posta ed in effetti, sciocca che sono, è lì in bella vista, domani bisogna che mi ricordi di toglierlo. Leggo e rileggo il messaggio, alquanto conciso devo dire, ma che ha scatenato un terremoto dentro me.

“Ciao, sono Manuele, sono in città fino a domenica e vorrei incontrarti al bar progresso sabato alle ore 18”. Fine del messaggio, due righe e stop. Eppure ha avuto il potere di gettarmi nel panico, di farmi stare male come l’estate di 26 anni fa.

È da allora che non vedo Manuele, dall’estate della maturità. La calda, tragica, indimenticabile estate di 26 anni fa, anno 1987.

Mi ricordo la felicità di aver finito gli esami, l’orgoglio di averli superati bene, mi sentivo il mondo in tasca. Ero giovane, spensierata e innamorata di Massimo. O almeno credevo, fino alla notte di San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti.

Ancora il ricordo mi brucia e l’e-mail ha buttato benzina sul fuoco, è come quando soffri di una malattia cronica: ci convivi, la sopporti ma a volte si acutizza e sono dolori.

Penso che non andrò sabato al bar, non voglio vedere Manuele, è dal Ferragosto dell’87 che non lo vedo. Precisamente il 16 Agosto al funerale di suo fratello.

Eravamo un bel quartetto, inseparabili ed affiatati. Io, Massimo, suo fratello Manuele di appena un anno più grande e Antonietta, la fidanzata di Manuele. Finiti gli esami, vivevamo le giornate e le notti con avidità, non ci perdevamo niente. Si andava al mare e fino a mattina si girava per locali, il litorale toscano si presta bene ed è generoso. Da Castiglione della Pescaia, a Follonica fino a scendere a Porto Santo Stefano, Porto Ercole, Capalbio, tutte le sere eravamo protagonisti spensierati con la nostra sfacciata giovinezza. L’autunno poi ci avrebbe portato in città nuove, verso esperienze diverse e questa cosa ci eccitava e ci spaventava al tempo stesso, ma ancora era agosto, settembre sarebbe arrivato fra una vita.

La notte di San Lorenzo, quella fra il 9 e il 10 agosto, avevamo appuntamento sulla spiaggia, qualche bottiglia di birra, il plaid per stare sdraiata a faccia in su a scommettere chi avrebbe visto per primo una stella cadere e un desiderio da esprimere. Io e Manuele arrivammo quasi insieme, mi disse che Antonietta non sarebbe venuta perché afflitta da un forte mal di testa e che Massimo era tornato indietro a prendere la chitarra. Ci sdraiammo, e in quella notte magnificamente addobbata di stelle, vedemmo pressoché insieme la prima stella cadere. Caso volle che ci girassimo insieme ridendo e sempre ridendo ci ritrovammo a farci il solletico per far confessare all’altro il desiderio espresso e in men che non si dica eravamo perduti in un bacio appassionato! Ci scostammo immediatamente turbati e vergognosi ma era successo, ci tenemmo per mano quasi a farci forza. Aspettammo invano l’arrivo di Massimo e tornando a casa, ci accolsero le luci dell’ambulanza e della polizia. Massimo aveva avuto un incidente col motorino. Era ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale e dopo qualche giorno, senza mai aver ripreso conoscenza, morì.

Stop, fine delle storie. Fine dell’età della spensieratezza, fine dei giochi.

Ed ecco ora ricomparire la storia, ecco il senso di colpa che si ripresenta a mangiarmi l’esistenza. Passo il sabato in agitazione, ho deciso di non rivedere Manuele ma non ne sono più sicura, passeggio per la casa che sembro una tigre in gabbia. La domenica alle 18 sono lì al bar, ho deciso che voglio chiarirmi una volta per tutte con lui e ricominciare a vivere. Lo trovo assorto nella lettura di un giornale, ho modo di guardarlo non vista, il cuore mi batte a mille. È bello, con l’età ha assunto un’aria sicura, elegante, mi prende il panico che mi trovi bruttissima ma mi riprendo subito, non è per questo che sono qui. Mi faccio coraggio e lo chiamo. Ordiniamo un caffè e mentre giro e rigiro la miscela gli dico:
“Lo sai che è colpa nostra, se lui è morto, vero? Deve averci visto, la chitarra ce l’aveva in spalla quindi deve averci visto ed è tornato indietro sconvolto!”

Lui annuisce, mi dà ragione ma mi risponde che in fondo non abbiamo fatto niente di male, che quello che successe fra noi fu solo un bacio, un semplice bacio. L’incidente è stato solo una fatalità. “Ora basta portargli il lutto – conclude – sono qui per stare con te, se mi vuoi, per riprendere da dove avevamo interrotto. Non ti ho mai dimenticata, dimmi che possiamo cominciare una nuova vita, dimmi che anche per te è così!”

Non me l’aspettavo! Pensavo di dover sostenere chissà quale faticosa conversazione ma così è semplice! O si o no. Faccio no con la testa, mi alzo piangendo e mi avvio di nuovo verso casa. Lo vedo andare verso l’auto, mi sento morire e mi vedo tornare indietro, corrergli incontro, dirgli sì, che anche io non l’ho mai dimenticato, che non mi sono rifatta una vita, che lo stavo inconsciamente aspettando. Sono finalmente, disperatamente felice, con lui spero di restare per sempre.

Era questo il desiderio espresso tanti anni fa, guardando le stelle. Mi ero innamorata di lui senza nemmeno confessarlo a me stessa. Ho aspettato che si esaudisse anche troppo a lungo, ora me lo merito.

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