Il dubbio di Silvana

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Sto suonando il campanello di una casa signorile, in pieno centro di Napoli. Al di là del portone che mi verrà aperto, troverò e conoscerò per la prima volta mia madre.

Sono stata una bambina adottata, l’ho saputo presto, prima di affrontare la scuola e il mondo fuori dalle mie mura protettive. I miei genitori adottivi, brave e ruvide persone, non mi hanno mai mentito, mi presero ancora in fasce qui a Napoli all’orfanatrofio Di Cardito nel 1945, nel primissimo dopoguerra.

Sono cresciuta a Teramo con loro, ora li ho seppelliti tutti e due. Siamo stati bene insieme, mi hanno fatto studiare e mi hanno sempre circondata di silenzioso affetto, ma adesso sono rimasta sola, non mi sono sposata e mi è venuta un‘imprescindibile esigenza di conoscere la mia vera madre e il mio vero padre, se ancora vivi; insomma volevo risalire alle mie origini. La ricerca è stata veramente faticosa, sono partita dai pochi indizi che avevo, a volte ho avuto la tentazione di lasciar perdere tutto, ma alla fine ce l’ho fatta e adesso sono qui.

Sono emozionata, non so cosa aspettarmi. Mi sono presentata con una lettera, c’è stata qualche telefonata, Siria (mia madre) ha una voce giovanile e dopo vari tentennamenti dovuti ad una naturale diffidenza ha accettato di conoscermi.

Viene ad aprirmi una signora di circa la mia età, presumo la badante, mi conduce in un salottino e mi dice cortesemente di aspettare un attimo. L’attenzione, per ingannare l’attesa, si concentra su un paralume molto bello, ornato con piccole foglie in ferro battuto pennellate coi colori smorti dell’autunno e mentre sono alla ricerca delle venature delle foglioline mi sento dare il buongiorno. Mi giro, il cuore mi batte a mille e rimango a bocca aperta, stupita dalla nostra notevole somiglianza! Siamo pressoché identiche, sembriamo sorelle. Siria infatti è del 1930, ci separano solo 15 anni ed è molto  più curata ed elegante di me. Il mio aspetto è più semplice, ma la somiglianza è davvero forte. Siamo impacciate, ci abbracciamo, mi fa accomodare in salotto e ordina del caffè. Siamo sedute una di fronte all’altra. Alle sue spalle troneggia un notevole ritratto di un uomo, bello, sicuramente di famiglia, forse mio nonno o mio zio. Siria si accorge che guardo affascinata il grande quadro e mi dice orgogliosa che quello è suo fratello, morto ormai da diversi anni. Le sorrido, è buffo vedere che abbiamo la stessa bocca grande e carnosa, è buffo notare che ho gli stessi occhi dello zio, grandi e un po’ allungati. Sono a casa, anche se ancora mi è estraneo tutto quanto.

La tranquillizzo subito, le ricordo che sono venuta in pace solo per un’esigenza interiore, non sono qui a disturbare o distruggere equilibri ed affetti, che fra poco me ne andrò felice solo di averla conosciuta. Ma lei mi zittisce, mi dice che è sola da quando è morto Antonio, il fratello, che non si è mai sposata ed è sempre stata in questa casa, ormai troppo grande e vuota.

Pian piano riusciamo a dialogare senza incertezze e senza timore. Mi racconta della guerra, della paura dei bombardamenti e che proprio durante l’ultimo attacco fui concepita. In mezzo a tanto orrore, quell’atto d’amore le salvò la vita. Fu mio zio, mi racconta, a portarmi di notte al Di Cardito. Lei ebbe modo di baciarmi, si ricorda la bella bocca rossa ed un neo vicino all’ombelico. Mi tiro su la maglietta e sorridendo fra le lacrime, le faccio vedere l’ombelico, ancora adornato del neo. Lei lo accarezza persa nei suoi ricordi, ed io mi vedo riflessa nel grande specchio brunito che troneggia sul camino. Io, lei e il ritratto dello zio…  Siria, mia madre, non fa nessun accenno a mio padre e io non chiedo niente. Deve essere stata una storia assai dolorosa, se a 15 anni, appena diventata mamma, mi ha dato via in gran segreto… Si è fatto tardi, non la voglio affaticare, mi congedo con la promessa di tornare domani. Ci stringiamo l’una all’altra con trasporto. È iniziata per entrambe una nuova avventura.

Una volta fuori all’aria aperta, che respiro a pieni polmoni, mi assale un dubbio. Un tarlo che ha iniziato a lavorami nella testa dentro quel salotto cupo, che le farò presto aprire.

Lei era una bambina, era dentro casa durante il bombardamento feroce, la gravidanza nascosta, il fratello più grande che la aiuta… Presumo di avere capito il terribile segreto che porta dentro il cuore. Non ne farò accenno, ha sofferto abbastanza ed ha espiato la colpa, se è andata come penso. Non importa chi sia mio padre, ho trovato lei e domani la porterò da Scaturchio, mi dicono che fanno le pastorelle più buone di Napoli. Non la lascerò più!

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