“Sandokan” rompe il silenzio e chiede di parlare coi magistrati

francesco schiavoneFrancesco Schiavone: “voglio spiegare la mia estraneità ai fatti” 

Napoli – Parla “Sandokan”, alias Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi in carcere dal 1998 in regime di 41 bis. Rompe il sacro ed inespugnabile silenzio che, per anni, ha coperto delitti, segreti e complotti di una delle fazioni criminali più spietate al mondo. Lo fa senza mezzi termini, senza troppi giri di parole, perché il sistema mafioso è così che funziona, non si smarrisce nei vortici delle chiacchiere inutili, ma va dritto al sodo.

E quindi, nel bel mezzo dell’udienza del processo “Ammutinato più 60″, in corso giovedì 23 gennaio presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Schiavone rinnega la linea del mutismo e, col tono solenne di una minaccia, chiede di parlare coi magistrati: “Sono disponibile a parlare con il pubblico ministero, sono stufo di essere tirato in ballo da tutti per fatti che non ho commesso, io voglio spiegare la mia estraneità ai fatti”. L’ultima volta che il superboss ha rilasciato dichiarazioni risale all’epoca del processo “Spartacus I”, al termine del quale il motto “La camorra non esiste”, il ritornello prediletto dai legali dei clan, ha smesso di essere intonato durante le arringhe difensive.

Dopo la sua richiesta, Maurizio Giordano, pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ha chiesto la trasmissione del verbale di udienza alla Procura competente, subito autorizzata dal giudice del dibattimento, Gianpaolo Guglielmo.

La stoffa del boss non è mai mancata a Francesco Schiavone. Arruolato nel clan di Antonio Bardellino, dopo essere diventato un affiliato a tutti gli effetti, inizia a tramare per arrivare al vertice dell’organizzazione. Scaltro, intelligente, dotato di grande freddezza ed estrema abilità, dopo aver fatto ammazzare Bardellino, “Sandokan” diventa il capo della fazione insieme a Mario Iovine e, alla morte di quest’ultimo, assume il ruolo di leader assoluto dell’intero clan dei Casalesi. Il superboss accumula capitali col risultato di ottenere credito agevolato e sbaragliare la concorrenza grazie ai prezzi bassi ed inaugura l’era della camorra imprenditrice, reinvestendo in attività lecite il denaro proveniente dai crimini. Da un’indagine della Questura di Caserta risulta, infatti, che fosse uno dei più importanti soci di Cirio e Parmalat in Campania.

Viene arrestato nel luglio del 1998 nel bunker realizzato sotto la sua enorme villa al centro di Casal di Principe. In quell’occasione, vengono rinvenuti numerosi libri di storia e su Napoleone Bonaparte, nonché dipinti realizzati da lui stesso, in cui Gesù Cristo viene ritratto con le sue sembianze, dimostrazione iconografica di onnipotenza, espressa anche in occasione della pronuncia della sentenza del processo “Spartacus I” (nel 2005, ndr), durante la quale la sua tesi difensiva, in nome della più becera autocelebrazione di sé, premeva sulla presunta invidia che nutrivano nei suoi confronti i giudici marxisti, in quanto imprenditore di successo.

Cosa voglia dire dopo tanto tempo ai magistrati Schiavone, ancora non ci è dato sapere. Forse vorrà fare chiarezza sui fatti raccontati da ex affiliati, oppure gettare nel panico l’intero sistema di camorra con nuove ed inconfessabili rivelazioni, o ancora, come un burattinaio navigato, muovere i fili sulle teste dei giudici, dei collaboratori di giustizia (primo fra tutti il cugino Carmine Schiavone, ndr) e di tutto il sistema giudiziario. Una cosa è certa: noi staremo ad ascoltarlo.

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