“Me pare Ernesto a Furia”, quando l’ironia di un popolo fa storia

Riprende la sua corsa “Racconta Napoli”, la rubrica di NapoliTime sulle tradizioni partenopee, e lo fa proponendo un viaggio nei labirinti perifrastici della lingua napoletana

Ernesto a FuriaMe pare Ernesto a Furia“. Questa espressione, il cui significato sembra oramai sconosciuto ai napoletani delle ultime generazioni, enuclea in se’ i principi della cultura popolare partenopea. Ironia, umorismo, anche un pizzico di veleno sono gli ingredienti che hanno portato alla formazione di questo modo di dire che, ahinoi, sta scomparendo nella lista delle locuzioni dialettali.

Precisiamo che non è stata consultata alcuna fonte bibliografica per ricostruire la storia di “Ernesto”, non esiste una letteratura al riguardo, com’è ovvio che sia per ciò che nasce dalla voce viva del popolo. Abbiamo quindi spulciato nella memoria degli anziani napoletani, abbiamo chiacchierato a lungo con loro ed ottenuto suggestioni, testimonianze e ricordi di una Napoli lontanissima ma ancora avvicinabile, in cui le pietre millenarie che compongono il reticolo delle case del centro trasudano cultura, sapienza e pragmaticità, insegnando la vita e rendendo anche i più umili “generatori” di cultura. Pertanto non saranno riportate date, fatti legati ad avvenimenti storici o nomi: la fonte è la saggezza popolare, le storie degli abitanti di Partenope e la memoria di un popolo sempre più nostalgico.

Ma chi è “Ernesto a Furia”? Non di certo una pizzeria e nemmeno il famoso cantante neomelodico e un po’ trash che alcuni conoscono.

A via Foria, la strada che collega il Museo Archeologico Nazionale al Real Albergo dei Poveri, in un tempo non ben determinato, pare fosse stato collocato, nei pressi del Real Orto Botanico, un bagno pubblico. Un tale, di nome Ernesto, venne messo a custodire la toilette, diventando un personaggio noto a buona parte della cittadinanza, aiutato dalla centralità del “posto” di lavoro e dall’ “impegno” profuso per svolgerlo.

Da allora, con fare ironico, con l’appellativo di “Ernesto a Furia” ci si riferisce ad una persona che lascia capire di essere molto indaffarata e di avere un incarico importante, ma che, in realtà, svolge un compito umile come l’Ernesto che, a Foria, custodiva i bagni pubblici.

L’umorismo sottile, alimentato dalla conoscenza di un fatto noto alla cittadinanza di un’epoca lontana da quella attuale, oggi sembra perdersi nell’oblio, certamente a causa della chiusura delle toilette pubbliche, ma anche per l’assenza di dialogo con la vecchia generazione. Forse perchè, in fondo, siamo un po’ tutti “Ernesto a Furia”.

5 thoughts on ““Me pare Ernesto a Furia”, quando l’ironia di un popolo fa storia

  1. Ernesto a Foria non era nei pressi dell’orto botanico, bensì nei pressi della fermata della metropolitana di piazza cavour sita nell’omonima piazza che, in realtà e un tratto di Via Foria. Era un un gabinetto pubblico, più precisamente “pisciatoio” ubicato sotto il livello stradale a cui si accedeva da una scala. E’ esistito fino alla fine degli anni ’60, poi fu dismesso e murato. Una curiosità: negli anni 90 la sottostante galleria della metropolitana era interessata da una copiosa infiltrazione d’acqua e non si riusciva a trovare la provenienza. Dopo vari tentativi si capì che proveniva proprio da quei vecchi gabinetti ai quali non era stata interrotta la fornitura idrica. In quell’occasione furono riaperti e, dopo aver eliminato la perdita ed interrotta la fornitura idrica, furono murati per sempre.

    1. Io in via Foria ci sono nato e cresciuto, Ernesto era un bagno pubblico che si trovava di fronte all’ingresso del cinema imperiale, i giardinetti di p.zza Carlo III erano il luogo della mia infanzia, ora non so se a Pzza Cavour ci fosse un’altro, ma Ernesto era a Piazza Carlo III

  2. Secondo le mie fonti la ritirata custodita da Ernesto a Foria, come sostiene Giuseppe, si trovava in piazza Cavour, nei pressi della stazione del metrò, una volta unica, ora linea 2.
    Ai tempi i cessi pubblici custoditi si trovavano nel sottosuolo, a volte nei sottopassi, che servivano ad attraversare la strada senza correre il pericolo di essere investiti.
    I Vespasiani erano a livello stradale e non erano custoditi.
    Il buon Ernesto lavorava alle dipendenze di un signore che si era arricchito con i proventi dell’appalto della gestione dei WC pubblici cittadini.
    Con i soldi guadagnati si era costruita una villa sontuosa nel quartiere di Poggioreale, meritandosi il soprannome di: ‘O Conte ‘a merda ‘e Puciriale.
    Poco male, visto che, come sosteneva l’imperatore Vespasiano “Pecunia non olet”.

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