La leggenda del “munaciello”, tra fantasia e realtà

La leggenda del “Munaciello” non poteva che nascere a Napoli, città in cui la vita e la morte si confondono al punto tale da convivere negli stessi luoghi

munacielloFantasma benevolo che lascia doni agli abitanti della casa in cui vive e spiritello dispettoso quando nasconde oggetti e denaro, al “munaciello” sono stati attribuiti svariati natali.

È la stessa Matilde Serao, nel suo “Leggende napoletane” del 1881, a raccontarci una delle storie: il “munaciello” sarebbe un personaggio realmente esistito, nel 1445, sotto regno di Alfonso V d’Aragona. Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante, s’innamorò di un bellissimo giovane garzone, Stefano Mariconda. L’amore fu contrastato dal padre di lei, tanto che un giorno il ragazzo fu trovato morto nel luogo dove era solito incontrare Caterina. La fanciulla, ritiratasi in convento, diede alla luce un bimbo deforme. La mamma, per nasconderlo, gli faceva indossare vestiti monacali con un cappuccio per nasconderne le deformità.

Per questo il popolo cominciò a chiamarlo “lu munaciello”. La sua figura, dalla testa troppo grande e dal corpo troppo piccolo, suscitava disgusto e sospetto, che presto si tradussero in continui insulti e sgarbi nei suoi confronti. Da questo, all’attribuirgli poteri soprannaturali benevoli o malevoli il passo fu breve. In particolare, se il cappuccio dell’abito era di colore rosso, se ne traevano auspici di buon augurio, mentre la malasorte veniva associata al cappuccio nero.

Un’altra storia, forse più verosimile, ha origine nel 1629, quando un facoltoso cittadino napoletano, il Carmignano, costruì un nuovo acquedotto riutilizzando i canali di tufo scavati nel IV sec. a.C. dai coloni greci che fondarono l’allora Neapolis. Gli scavatori dell’acquedotto, dovendo difendersi dall’umidità del sottosuolo, indossavano lunghi mantelli scuri e un elmetto sulla testa. Ogni volta che risalivano in superficie si tiravano su con delle corde da dei pozzi preesistenti, che sboccavano nelle strade cittadine.

Talvolta erano essi stessi a scavare in alto per risalire o per aprire dei nuovi pozzi nei cortili delle case, dove ne approfittavano per fare uno spuntino col cibo altrui o per ricompensare il loro lavoro attraverso il furto di qualche oggetto di valore. Notando la scomparsa di cibi e ori dai propri appartamenti, i cittadini cominciarono a nascondersi per capire cosa succedesse e, vedendo questi uomini avvolti in un lungo mantello, con quell’elmetto che poteva tanto sembrare la chierica di un francescano, cominciarono a dare la colpa di quegli strani eventi ai “munacielli”.

Da allora il “munaciello”, nella fantasia napoletana, si identifica con un ometto dall’aspetto di un frate che si intrufola nelle case altrui, facendo dispetti e commettendo piccoli furti.

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