Siamo la generazione Zero. Zero Lavoro, Zero Stipendio, Zero Futuro.

Siamo la generazione zero. È un dato di fatto, che piaccia oppure no.

Siamo la generazione zero lavoro. Perché la disoccupazione è al 9% (il dato più alto dal 2004). Ma la percentuale comunque è inferiore ad altri Paese Europei. Sai che consolazione. Siamo quelli che stanno con il cellulare attaccato alla mano per non perdere nemmeno una telefonata, non si sa mai sia per un lavoro e che abbiamo mandato il nostro curriculum a cosi tante agenzie interinali e aziende, che potremmo battere la tiratura di un quotidiano.

Siamo la generazione zero stipendio anche se lavoriamo. Si, perché tra co.co.pro.  e stage e servizio sociale, lo stipendio o non si vede, o si avvicina talmente tanto allo zero da farci pietà da soli quando vediamo il saldo del conto corrente. Il bancomat alle volte ci risputa addosso la tessera con anche qualche insulto.

Siamo la generazione zero mutuo, prestito o carta di credito. E per quanto si dica in giro che è prematuro pensare alla casa a 25 anni, è normale pensare di avere un tetto proprio sulla testa. Anche perché se rimaniamo a casa siamo “bamboccioni”, se vogliamo comprare casa “abbiamo perso la gioventù”, insomma, come la si fa, si sbaglia. Ma tornando a noi, siamo quelli che se si avvicinano al banco informazioni per un prestito per un pc o un televisore, l’impiegata potrebbe guardarci con tanta, tantissima compassione per il nostro contratto che scadrà talmente a breve, che il latte a lunga conservazione vale più di noi. Figuriamoci un mutuo. La banca ha inserito un sistema di riconoscimento all’ingresso, se sei precario/disoccupato, scatta l’allarme.

Siamo la generazione zero programmazione della vita. Perché i contratti sono talmente brevi o talmente precari, che non si  può parlare di ferie, di week end o un giorno chissà dove basta che non sia a lavoro. Figuriamoci programmare un matrimonio o un figlio. Non sia mai che chiediamo il congedo matrimoniale o la maternità.

Siamo la generazione zero difese, perché il lavoratore precario non può avere una voce sul posto di lavoro. Dobbiamo lavorare e lamentarci poco, perché “fuori c’è la fila”. Dobbiamo subire le angherie dei colleghi poco disponibili a spiegarci le cose, perché per loro che quella sedia la scaldando da magari vent’anni, non è concepibile non saper fare questo o quello.

Il sistema ci sta privando di tutto. Ma è un appello quello che faccio, non dobbiamo farci togliere la dignità e la voglia di combattere, perché prima che precari e disoccupati, siamo persone.

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