Amnesty International: aumenta del 15% la pena di morte

Mancano i dati sulla Cina, il governo tiene segrete queste informazioni

death penRoma – Il rapporto di Amnesty International sulla pena di morte divulgato il 27 marzo, fornisce una fotografia piuttosto inquietante della situazione.

Il primo dato è che si è verificato un incremento di circa il 15% delle esecuzioni capitali ( 682 nel 2012, 778 nel 2013). Nelle indagini della ong mancano i dati sulla Cina, in quanto il governo cinese tiene secretate tutte le informazioni a riguardo. Si stima comunque che le condanne a morte in questo Paese siano migliaia ogni anno.

In secondo luogo emerge una forte contraddizione. Da un lato, infatti, c’è stato un progresso in quanto sempre più Paesi fanno a meno della pena capitale. Nel 2012 in Bielorussia, ultimo Paese tra l’Europa e l’Asia centrale in cui quest’aberrante pratica è ancora in uso, non si sono avute condanne a morte. Lo stesso vale per Emirati Arabi Uniti, Gambia e Pakistan.

Il rovescio della medaglia è che a fianco a questi Paesi che possiamo definire in un certo senso virtuosi, Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno ripristinato l’uso della pena capitale e  Iran e Iraq hanno incrementato molto l’uso della condanna a morte nell’ultimo anno.

Inoltre, sebbene non si possa fare una discriminazione qualitativa sui metodi, è opportuno osservare come siano tutt’oggi in uso efferate pratiche quali la decapitazione e l’impiccagione. E per di più, in alcuni Paesi la pena capitale è prevista anche per reati che non possono considerarsi tali, quali l’adulterio e la blasfemia.

In concomitanza  alla divulgazione del rapporto, è stata al centro dell’attenzione dei media internazionali la storia di Iwao Hakamada, un ex puglie detenuto in Giappone con l’accusa di avere ucciso un’intera famiglia. Iwao è stato condannato a morte e ad incastrarlo fu una confessione estorta dalla polizia tramite un interrogatorio/tortura durato 20 giorni. Da allora ha aspettato per 48 lunghi anni nel braccio della morte, chiedendosi ogni giorno se fosse stato l’ultimo: la legge giapponese non prevede preavviso per l’esecuzione della condanna, né per il detenuto né per la famiglia.  Iwao è stato rilasciato il 27 marzo, perché alcune prove basate sul Dna non hanno confermato la sua colpevolezza. Rilasciato dopo aver aspettato per 48 anni la sua ora, sentenza per un reato che quasi sicuramente non ha commesso.

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