Un “caffè sospeso”, paga Partenope

Una tradizione tornata in auge non solo a Napoli, ma anche in Spagna, Irlanda, Danimarca, estesa ora ad altri generi alimentari

caffèSono giorni che tiene banco la querelle relativa alle dichiarazioni del signor Andrej Godina, assaggiatore della SCAE (Speciality Coffee Association of Europe). Oggetto della diatriba è il caffè partenopeo, riconosciuto nel mondo intero come prodotto particolare e di altissima qualità ma che, in un sol giorno, ha subito durissime critiche dal degustatore di origini triestine. Tutto prende vita da un’inchiesta di Report, dal titolo “Il mondo del caffè”, in onda il prossimo 7 aprile. In qualità di esperto conoscitore ed assaggiatore della bevanda nera, il signor Godina si è cimentato per la prima volta in vita sua a provare l’espresso napoletano in alcuni famosi bar della città. Gelante il verdetto: “E’ molto amaro, poco dolce. Non è acido, è astringente. Sento sentore di noce, paglia, sentori leggeri di terra. Voto? 3 e 1/2”.

E’ l’apocalisse per i napoletani, una pugnalata al cuore di un baluardo culturale, onnipresente nelle commedie di Eduardo e nei testi dei cantori partenopei, rituale profumato dei pigri risvegli all’ombra del Vesuvio, nonché simbolo aulico dell’ospitalità nostrana.

Nonostante in un comunicato la SCAE e l’IIAC (Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè) abbiano preso le distanze dalle valutazioni di Godina, ritenendo il suo metodo di assaggio non scientifico in quanto non condotto in squadra, il danno è stato fatto: il declassamento morale della miscela partenopea sarà duro da recuperare per l’orgoglio ferito di un intero popolo.

Un appunto, però vogliamo farlo, al di là dello spirito campanilistico che, inevitabilmente, potrebbe corrompere la discussione. Che piaccia o no ai tecnici di settore, a Napoli il caffè è amore. Al mattino l’aroma che si diffonde per le scale dei palazzi eccita da solo i sensi, nel dopo pranzo accompagna la digestione ed è sempre, sempre, un ammiccante complice di aggregazione. Offrirne uno, seppur questo sia una “ciofeca”, vuol dire aprirsi all’altro, ospitarlo nel proprio universo di sacralità, donare amicizia, conforto, calore, suggerire un argomento di confronto e perfino spingere alla conclusione di un affare. I napoletani non lesinano critiche se il caffè “non viene bene”, ma sempre con tenero riguardo e con estremo tatto per non denigrare il rituale.

Insomma, il caffè è emblema del cuore di Napoli, è un gesto d’amore che raggiunge la sua apoteosi nel secondo dopoguerra con la nascita della tradizione del “caffè sospeso”, nel quartiere Sanità. In una città vessata dalle difficoltà economiche, dove non tutti potevano permettersi la calda bevanda nera, c’era chi, avendo i mezzi per deliziare il proprio palato, finiva col pagare al barista due tazzine. La seconda era destinata a qualcuno meno fortunato. Capitava, quindi, che gli avventori più indigenti potessero godersi un ottimo e caritatevole caffè anche senza averne le possibilità: “Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. E’ come offrire un caffè al resto del mondo…” ha scritto, a ragion veduta, Luciano De Crescenzo in un suo libro.

La pratica del “caffè sospeso” è stata, col tempo, abbandonata, ma recentemente, complice la crisi, è tornata in auge non solo a Napoli, ma anche in Spagna, in Irlanda, in Danimarca, e si è estesa ad altri generi alimentari, quali la pizza ed il pane, rendendolo un modello di civiltà imitato e reinventato.

Pertanto al signor Godina diciamo, con parole d’amicizia, che il caffè napoletano non si riduce ad un sapore o ad un odore, ma è una miscela di sentimenti, di sensazioni, di tradizioni tali da renderlo così unico e peculiare. Saranno stati forse questi insoliti ingredienti ad aver disturbato le papille gustative dell’esperto assaggiatore di caffè triestino.

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