Ischia, lavorare per morire. E’ l’allarme lanciato da 20 dipendenti delle Antiche Terme Comunali

Venti dipendenti del comune d’Ischia chiedono aiuto all’opinione pubblica per esibire le condizioni di inabilità e nocività che sono costretti a vivere per lavorare.

ischia_antiche_termeIschia – Nella frazione di Ischia porto vi è ubicata la struttura delle Antiche Terme Comunali che offrirebbe, ai suoi dipendenti, locali inadeguati ed esporrebbero gli operai a rischio di radioattività. La “richiesta d’aiuto” dei lavoratori è sorta a causa della morte della loro collega Anna Maria Tedesco. Ma anche se tali supposizioni sulla sua morte fossero infondate e non collegabili alla struttura, nella “storia” della loro carriera lavorativa, i dipendenti sono stati testimoni di altre quattro morti improvvise di colleghi, nell’arco di due anni.

Otto se si considera l’ultimo decennio. In più altri tre dipendenti manifestano gravi problemi di salute. Dunque non hanno più intenzione di lavorare in un luogo a così forte tossicità, il cui livello non è noto nemmeno a coloro che vi sono esposti. E’ per questo motivo che denunciano la vicenda. Nonostante le varie lamentele presentate alle autorità competenti, gli esiti delle indagini  vengono sistematicamente tenuti nascosti, forse per non arrecare danno all’economia termale e turistica.

Seguire una terapia termale che dura una settimana è cosa ben diversa dal dover trascorrere sei ore al giorno, se non nove, tutti i giorni in un ambiente che presenta così elevati fattori di rischio. La lunga lista di norme disattese non si ferma qui. La denuncia dei lavoratori prosegue e si concentra sulle strutture inadeguate.

La sede municipale ha altre gravi mancanze, ad esempio l’inesistenza di uscite di sicurezza, di scale antincendio e di un piano di evacuazione per le emergenze, terremoti compresi. Altri danni di minor entità sono gli arredi non regolamentari, le sedie non ergonomiche, i monitor dei computer che causano problemi alla vista, gli impianti elettrici non a norma, la puzza proveniente dai tombini, la presenza di scarafaggi e altri insetti, come pure degli escrementi dei colombi per non considerare la caduta di intonaco che si stacca da soffitti e pareti. Come scrisse  Marcello D’Orta in “Io speriamo che me la cavo”: “Qui è tutto sgarrupato”.

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