SPECIALE Conferenza programmatica PD. Umberto De Gregorio: “Assisteremo nei prossimi mesi ad un vero e proprio terremoto nell’arcipelago delle società partecipate, dove si dovranno conciliare posizioni ideologiche e oggettive difficoltà finanziarie”.

Il decreto Monti

Le gestioni esistenti della maggior parte dei servivi pubblici locali con rilevanza economica dovranno cessare entro il 2012. Si impongono scelte decisive per lo sviluppo dei servizi pubblici in particolari settori rilevanti per l’economia del nostro territorio (basti pensare a quello idrico, dei trasporti e dei rifiuti). Il governo Monti prosegue nell’intento di  liberalizzare il mercato, tenuto conto degli esiti referendari in materia di acqua. In sostanza gli enti locali potranno affidare la gestione dei servizi pubblici o attraverso gara ad evidenza pubblica; o a società mista con ingresso di socio privato operativo; e solo in via residuale con l’attuale sistema  “in house providing”.

Come è noto l’approccio al tema da parte delle diverse amministrazioni pubbliche non è univoco ed in particolare il Comune di Napoli si pone all’avanguardia di un modello dove si tende ad estremizzare i risultati referendari, contrastando esplicitamente, per quanto possibile, il processo di liberalizzazione portato avanti negli ultimi anni dal legislatore e da ultimo, con particolare convinzione, dal governo Monti. “Parte da Napoli la lotta al progetto eversivo di Mario Monti che vuole liberalizzare i servizi pubblici locali”: sono parole di Alberto Lucarelli, assessore della giunta de Magistris, nella conferenza di apertura della convention  dei “comuni sui beni comuni” tenutasi a Gennaio a Napoli. Una posizione certamente non condivisibile dal partito che con Bersani ministro avviò l’epoca delle liberalizzazioni nel nostro paese.

Assisteremo nei prossimi mesi ad un vero e proprio terremoto nell’arcipelago delle società partecipate, dove si dovranno conciliare posizioni ideologiche e oggettive difficoltà finanziarie. A Firenze Matteo Renzi mette sul mercato il cento per cento della storica azienda pubblica dei bus “ATAF” ed ha ricevuto sei offerte tra cui quella dei francesi della RAPT e gli inglesi della ARRIVA. A Torino Fassino mette sul mercato il 49 per cento di GTT (trasporto pubblico locale) ed AMIAT (rifiuti) e l’80 per cento di TRM (termovalorizzatore), ed altre dismissioni ancora, prevedendo di incassare circa 350 milioni.

Una scelta obbligata per non violare il patto di stabilità e dare fiato alle casse del Comune in serie difficoltà, ma – spiega Fassino il 9 marzo sul 24 ore – anche una precisa e convinta scelta di politica industriale: costruire alleanze e sinergie in grado di creare soggetti capaci di competere sul mercato globale.

Roma, Milano, Torino, Firenze e le altre città si muovono e si aprono all’esterno, con l’intento di attirare capitali, per migliorare l’efficienza e la qualità del servizio ed allo stesso tempo ridare fiato alle finanze comunali.

Napoli invece si chiude. Tutto resta nel pubblico.

Si tratta di fare una scelta di fondo, che discende da una preliminare visione che vede nel mercato e nella concorrenza tra privato e pubblico un fattore di sviluppo o un fattore di rischio per gli utenti. Napoli deve decidere se vuole seguire l’esempio delle regioni centro settentrionali, aprendoci anche a soggetti economici che provengono da quelle regioni e dall’estero, oppure se vuole chiudersi nel suo piccolo provincialismo puntando tutto su un pubblico privo di risorse.

Pubblico e privato

In realtà il tema dei servizi pubblici locali che oggi appare tanto confuso e viene letto dai più come una scelta in astratto tra pubblico e privato, è confuso in quanto nel dibattito abbiamo finito con il sovrapporre due distinti articoli della costituzione.  L’art. 41 (privatizzazioni/liberalizzazioni) : l’iniziativa economica privata è libera e non puo svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. E  l’art 43 (servizi pubblici essenziali) : ai fini di utilità generale la legge può riservare allo stato o ad enti pubblici determinate categorie di imprese che si riferiscano a servizi pubblici essenziali.

Si tratta di conciliare questi due principi e di applicare la Costituzione, che prevede come principio generale la concorrenza e come deroga a tale principio il servizio pubblico essenziale gestito da enti pubblici.

Si tratta inoltre, in questo momento storico particolare, di fare i conti con la carenza di risorse finanziarie che investe il pubblico: per cui chiudersi all’esterno può rappresentare un pericoloso atteggiamento lesivo proprio della tutela degli utenti, che inesorabilmente si troverebbero ad avere servizi di qualità più scadente o anche nessun servizio.

Dobbiamo respingere la tentazione di ridare il primato alla politica nelle scelte aziendali dei servizi pubblici, dove i manager vengono scelti non in funzione del merito e della capacità di dare un servizio alla collettività con un rapporto ottimale tra qualità e prezzo, ma in funzione dell’appartenenza e dell’obbedienza.

La critica prevalente che si è mossa (anche da sinistra e dai grillini) alle società partecipate sotto l’era Bassolino – Iervolino è stata quella di essere società “politicizzate”, dove cioè la politica entrava nelle scelte aziendali, il merito cedeva il passo alle segnalazioni, l’efficienza alla necessità di creare consenso.

Per invertire la rotta occorreva aumentare il potere di autonomia dell’organo di amministrazione rispetto alla politica: il Comune  avrebbe dovuto limitarsi (come ogni buon azionista) a nominare gli amministratori in base a criteri di merito ed efficienza e non di appartenenza a questa o quella corrente di questo o quel partito; una volta nominati gli amministratori avrebbero dovuto lavorare in autonomia e rispondere poi soltanto dei risultati in sede di approvazione del bilancio.

La giunta de Magistris per sconfiggere il male (la politicizzazione  e l’inefficienza) ha adottato uno strumento (l’annullamento dei poteri reali di autonomia degli amministratori) peggiore del male stesso. Ed oggi  con il caso Rossi se ne verificano i primi effetti.  In realtà la scelta della giunta sulle partecipate è coerente con una scelta politica di fondo dell’attuale amministrazione comunale che privilegia, in ogni senso, il pubblico sul privato. L’autonomia dei privati è vista come un pericolo per lo sviluppo e non come uno strumento per lo sviluppo, il profitto come un male e non come un lecito obbiettivo di un qualsiasi operatore commerciale. Ritornando alle partecipate, l’autonomia del consiglio di amministrazione rispetto alla politica è vista come una minaccia e non come una carta vincente per gestire in modo più efficiente le (scarse) risorse disponibili.

Il decentramento, quindi, cede il passo all’accentramento: si decide tutto al centro, al Comune, e per esso decide l’assessore competente o meglio ancora il Sindaco.

Il problema vero da affrontare è di vincere la paura di considerare, in generale, le liberalizzazioni  come una medicina amara da dover bere contro voglia. Si tratta invece di viverle non sulla difensiva ma in positivo, come un’opportunità di cambiamento, una sfida, che può  migliorare le condizioni di vita di noi cittadini ed innescare processi virtuosi di sviluppo. Basta vedere le esperienze delle multi utilities in altre regioni del nostro paese.

Il pubblico deve concentrare le proprie energie sul controllo e non sulla gestione diretta. Occorre più pubblico nel controllo e più privato nella gestione.

Il PD e le liberalizzazioni

La vicenda della liberalizzazione dei servizi pubblici locali è un tema emblematico sul quale il PD napoletano deve risolvere le sue contraddizioni. La scelta non dobbiamo farla oggi, è stata fatta vent’anni fa. Come sui servizi generali essenziali (penso alla sanità). Non esiste il pubblico buono o il privato cattivo, o viceversa. Deve esistere una libera concorrenza tra operatori che si confrontano. Il privato non va inteso come una minaccia ma come un’opportunità.

Occorrono due cose al PD, per dare corpo ad una proposta politica che sia in grado di coinvolgere la città, ed in particolare i giovani e gli sfiduciati.  La prima è volare alto, non giocare sulla difensiva, sposare sino in fondo una tesi lasciandone intravedere gli aspetti positivi ed aprendo speranze per un futuro migliore. La seconda è avere una leadership sul territorio nuova, autorevole, non ricattabile, credibile e decisa nelle sue posizioni.

LDM ha vinto perché la gente ha sete di speranze e di posizioni chiare e decise. La nostra proposta politica deve essere aperta, precisa, fare speranze per un futuro migliore, decisa nelle indicazioni.

I servizi pubblici locali devono uscire dalla gabbia della lottizzazione politica. In questo senso devono essere liberalizzati. Occorre evitare tentazioni di ritorno a modelli antichi, che più che innescare processi di sviluppo e rivoluzione rischiano di rappresentare processi di restaurazione e recessione.

La via riformista sui servizi pubblici locali non può che essere quella dell’apertura, dell’autonomia della gestione dalla politica, della prevalenza della competenza, nell’interesse dell’utenza.

Non si tratta di scegliere in astratto tra pubblico e privato. Si tratta di rendere competitivo un settore che oggi appare in coma: molte imprese dovrebbero portare i libri in tribunale.

Chiudersi nel pubblico nell’ambito dei servizi pubblici locali significa oggi mettere a rischio l’esistenza stessa di questi servizi. Vuol dire rifiutare l’apporto di capitali esterni e stranieri. Con quali risorse finanziarie si gestiranno i servizi pubblici locali senza un apporto esterno?

Il dottor Tommaso Tomasi di Vignola, presidente di HERA SPA, la holding delle multi utilities in Emilia Romagna, ci spiega che la società nata dieci anni fa ha fuso decine di società operanti nel settore energia, rifiuti, idrico, trasporti, coinvolgendo 140 comuni su sette provincie. Oggi realizza un fatturato di oltre 4 miliardi di euro, ha raccolto in borsa capitali per un paio di miliardi, realizzato sul territorio oltre 3 miliardi di investimenti; gestisce otto termovalorizzatori, tutti ricostruiti ex novo negli ultimi tre anni (l’ultimo viene inaugurato la prossima settimana a Rimini), con le ultime tecnologie ed impatto ambientale bassissimo. E noi? Sembra che siamo nel medio evo.

L’ora del socialismo municipalizzato che ha dato luogo a tanti sprechi, clientele ed inefficienze, sembra finito in tutt’Italia ma a Napoli invece resiste e si pone come alfiere della lotta a Monti. Un saggio meridionalista diceva “ il sud è sottosviluppato per carenza di capitalismo”. Questa parola può piacere o meno, resta tuttavia un fatto: o accettiamo l’Europa, i mercati globali, e cerchiamo di attirare capitali; oppure esiste la logica dell’isolamento, dell’autarchia, del pubblico tuttofare, dei no-tav che bloccano il raccordo all’Europa. Napoli rischia di restare isolata non solo dall’Europa ma dal resto dell’Italia.


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