“Quanne buono buono”, “paraustiello” e “ji’ ‘e prèssa”: quattrocento anni di dominazione che lasciano il segno

La lingua napoletana e le influenze dello spagnolo nei discorsi di tutti i giorni

quartieri spagnoliUna parte consistente dei vocaboli della lingua partenopea deriva dallo spagnolo, frutto della dominazione iberica a Napoli che durò circa quattrocento anni (dal 1442 al 1707e dal 1734 al 1859, ndr). Sia il catalano che il castigliano iniziarono a diffondersi capillarmente nel Regno e ne sono ancora oggi testimoni gli scritti letterari e non letterari di quel periodo, in quanto contengono un cospicuo numero di ispanismi.
Inoltre, la corte e l’esercito non abbandonarono mai l’uso esclusivo della lingua madre e questa abitudine consentì anche al popolo di acquisire le nozioni dell’idioma straniero. Le tracce linguistiche che quasi quattro secoli di dominazione spagnola hanno lasciato nel dialetto napoletano attraverso prestiti e calchi sono numerose ed assai interessanti.
Espressioni ancora oggi in uso nel nostro dialetto si perdono nella memoria di un antico dominio: “quanne buono buono”, che a Napoli esprime assenso e rassegnazione di fronte ad una evenienza che non sia possibile evitare, deriva da “de bueno a bueno”, locuzione che sta per “d’accordo”; “cu mmico” è l’erede di “conmigo” e “ji’ ‘e prèssa” di “andar de prisa”, ossia andare di fretta. Curioso l’etimo di “paraustiello”, che in napoletano denota una conversazione pretestuosa, un ragionamento un po’ ipocrita e viene da “para usted”, “per voi”, espressione rimasta ad indicare un modo furbesco di rivolgersi ad una persona alla quale si voglia fare un discorso lezioso.
E ancora, la modalità di condimento “a scapece” discende dallo spagnolo “escabeche”, che sta per “salsa d’aceto”, così come il “casatiello” dalla “quesadilla”, un ripieno di formaggio, in spagnolo “queso”. Rimanendo in ambito gastronomico, l’abitudine di mettere “o percuoco” a marinare nel vino d’estate è un tentativo di riprodurre la sangria di antica memoria, ma attualissimo nella sua ricorsività.
Del tutto simile all’idioma ispanico è, inoltre, l’uso che la lingua napoletana fa del verbo “tenere”, che viene usato in tutti i casi in cui indica possesso oppure una condizione come l’appetito, la sete, etc. e sostituisce il verbo “avere”: “teng’ famme”, “teng’ a freva” sono calchi dello spagnolo “tengo hambre” e “tengo friebre”.
Anche l’uso del “don” quale titolo onorifico che si premette ai nomi propri di persona (Don Gaetano, Don Peppe, etc.) è un chiarissimo prestito spagnolo; il “don” iberico si radica nel “dominus” latino equivalente a “signore”. Sembra che la voce si sia propagata dalla Spagna alla Francia e all’Italia, ma nel napoletano ha attecchito più che altrove, raggiungendo il massimo sviluppo nel Cinquecento e ancora oggi se ne fa largo utilizzo.
Sarebbe impossibile elencare qui di seguito gli innumerevoli lemmi di derivazione spagnola che ancora vivono nel nostro idioma, ma certamente colpisce il fatto che il popolo partenopeo abbia saputo tenere vicina la Spagna attraverso la parola, seppure geograficamente lontana.

Riferimenti bibliografici: “Lingua spagnuola e dialetto napoletano” di Francesco D’Ascoli – Adriano Gallina Editore (Napoli, 2003)

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