Paura e morte in Medio Oriente dove il conflitto è di casa

Il tentativo israeliano di distruggere i 6000 razzi conservati a Gaza provoca danni ingenti.

Razzo-su-Tel-Aviv10 luglio – Ormai sono tre giorni che il conflitto a fuoco è tornato ad infiammare le terre israelo-palestinesi e nulla fa pensare ad un’imminente tregua. Entrambe le parti giustificano gli attacchi ritenendoli lecite risposte difensive, accusando l’altro di aver innescato per primo il processo di escalation bellica.

Intanto, nella fermezza della propria posizione gli eserciti attaccano indistintamente le aree più disparate del territorio, mietendo vittime innocenti e condannando alla morte anche i bambini.

I numeri testimoniano la vastità dell’offensiva, e morti e feriti sono simbolo dei tristi successi militari del conflitto: 550 siti di Hamas solo nel corso di questa notte sono stati raggiunti dall’aviazione israeliana che ha eseguito 160 raid sulla Striscia di Gaza. 64 sarebbero le vittime palestinesi dell’operazione aerea e circa 570 i feriti. Da Gaza con uguale costanza si sono succeduti gli attacchi diretti ad Israele che, in soli 2 giorni è stata colpita da più razzi che in tutto lo scontro del 2012: circa 220 in totale, dei quali solo oggi ne sono stati lanciati 70. Nessuna zona è esclusa dalla probabilità di essere colpita, ed anche Dimona, dove ha sede la centrale nucleare israeliana, è stata già toccata dai razzi due volte. A salvare dai danni più gravi l’area minacciata è il sistema antimissili israeliano, che ha evitato la tragedia a Dimona ed intercettato due razzi su Tel Aviv.

Le basi per la ripresa del conflitto erano state già poste negli ultimi mesi dalle notizie del rapimento dei tre giovani ebrei in Cisgiordania, cui aveva fatto seguito il rapimento e l’omicidio di un sedicenne palestinese. I due fatti, legati probabilmente da un filone vendicativo ininterrotto, hanno fatto registrare le prime tensioni tra le due fazioni: solo poche ore dopo il funerale del giovane palestinese, ad Israele erano stati intercettati i primi razzi provenienti da Gaza.

Attualmente la situazione non accenna a calmarsi e le parole del Primo Ministro israeliano Netanyahu non rassicurano gli speranzosi: “L’operazione sarà estesa e proseguirà fino a quando gli spari verso le nostre città non cesseranno del tutto e la calma ritornerà”. Il ministro, insieme al presidente Peres, non esclude inoltre l’invasione terrestre, laddove gli attacchi dovessero proseguire, e il presidente palestinese Abu Mazen denuncia la gravità delle circostanze definendo i raid contro il suo popolo “un genocidio”.

Necessaria la mediazione e l’intervento esterno di paesi leader che possano intervenire in maniera significativa: in Europa, la Francia e la Germania hanno espresso telefonicamente a Netanyahu il dissenso verso gli attacchi da Gaza contro Israele, ed il presidente francese Hollande ha invitato a prevenire una “escalation di violenze”, prevista e temuta tra le fazioni come da chi guarda il conflitto dall’esterno. Il Segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon ha chiesto ai due schieramenti la massima moderazione possibile, e la sua preoccupazione si è rivolta in particolar modo ai rischi cui vengono ingiustamente sottoposti i civili. Sulla stessa lunghezza d’onda il pensiero del ministro Mogherini, allarmato per “una spirale di violenza in Medio Oriente che rischierebbe di sfuggire al controllo”, come anche l’appello di Obama, che ritiene la pace giusta e possibile ed invita alla ragionevolezza, affermando come padre di essere vicino a tutti i genitori dei giovani palestinesi ed israeliani divenuti vittime del conflitto.

Intanto anche il tentativo israeliano di distruggere i 6000 razzi conservati a Gaza provoca danni ingenti, poiché gli arsenali sarebbero nascosti sotto abitazioni civili ed edifici pubblici. L’Egitto,  potenziale mediatore della questione, ha fatto il primo passo riaprendo il valico di Rafah per poter accogliere i feriti palestinesi ed anche gli ospedali sono stati allertati e sono pronti ad offrire cure alle vittime di un conflitto di cui nessuno vuole e può immagine la conclusione.

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