Avvocata e ingegnera, chirurga e ministra: il nuovo dizionario italiano al femminile

Si rispettano le donne ma l’italiano “imposto a tavolino”, langue.

giuliaÈ corretto dire ingegnera, chirurga, architetta e prefetta. E avvocata è da preferire ad avvocatessa. Ce lo dice il manuale “Donne, grammatica e media”, progettato dall’associazione di giornaliste GiULiA e presentato venerdì 11 luglio, alle ore 10,30, nella sala Aldo Moro della Camera dei Deputati.

A presentare il progetto è Cecilia Robustelli, docente di linguistica italiana all’Università di Modena e consulente dell’Accademia della Crusca. La Robustelli rompe gli indugi circa l’adozione del genere femminile per i nomi professionali e le cariche istituzionali “alte”, e propone soluzioni facilmente applicabili e ispirate a gradualità e buon senso. Ad esempio, professoressa, studentessa e dottoressa, ormai entrate nell’uso comune, mantengono il loro posto. E si chiude anche un occhio sull’abitudine di far precedere il nome proprio femminile dall’articolo, La Boldrini, La Montalcini, perché sottintenderebbe “la famosa” ed è anche tipico della tradizione linguistica fiorentina.

“L’idea è nata durante l’assemblea nazionale di Giulia”, racconta Maria Teresa Manuelli, che ha curato e progettato il manuale. È emersa la necessità di chiamare le cose con il loro nome. Il più delle volte, i dubbi sull’uso del maschile o del femminile, nascono per ignoranza più che per atteggiamento sessista.

Ma, spesso e volentieri, sono le stesse donne a preferire l’uso del maschile. Ne è un esempio Maria Elena Boschi che, intervistata da Daria Bignardi, dice di preferire essere chiamata “ministro”. Non si trova per nulla d’accordo Cecilia Robustelli, che sostiene che “non esistono due opzioni, il genere è un parametro fisso come lo è un numero, è un meccanismo regolatore della nostra lingua”. A dare il buon esempio è, invece, Laura Boldrini che sul sito del Parlamento si definisce La Presidente. “Il rispetto passa anche attraverso la restituzione di genere”, dice.

A criticare fortemente una visione androcentrica è proprio un uomo, Sergio Lepri, direttore dell’Ansa, che fa notare come solo in Italia le forme femminili non riescano a penetrare nell’uso comune. In Francia, in Germania e in Spagna la questione è risolta da tempo. Le remore verso l’uso del femminile sono forse frutto di pigrizia mentale?

Secondo un recente sondaggio, Linguaggio e stereotipi di genere, la resistenza al cambiamento è forte sia dalla parte delle donne che dalla parte degli uomini. La domanda posta era “quando ti riferisci a una donna e al suo mestiere, usi la lingua italiana declinata al femminile?”. Solo un risicato 16% ha risposto “sempre”.

Eppure, le voci autorevoli della Robustelli e della Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca, sembrano non avere dubbi riguardo a una lingua italiana declinata al femminile. Ma, volendo sorvolare sulla tendenza alla semplificazione che dovrebbe contraddistinguere una lingua, questa non la si costruisce a tavolino, né la si cambia scrivendo un manuale. È l’uso dei parlanti che crea la regola. Le forme linguistiche non possono essere octroyèe, elargite dall’alto di una cattedra, anche se emerita. E avvocata, rettora, architetta, più che far passare il rispetto attraverso la restituzione di genere, creano effetti leggermente cacofonici all’orecchio. Il tempo e la consuetudine ci sapranno dire se le proposte avanzate avranno un loro seguito o se, resteranno soltanto proposte.

One thought on “Avvocata e ingegnera, chirurga e ministra: il nuovo dizionario italiano al femminile

  1. Ecco uno dei motivi per cui l’Italia si avvita su se stessa discutendo sul sesso degli angeli.

    Ma vi pare possibile perdere tempo a stilare addirittura un manuale e coinvolgere l’Accademia della crusca per “obbligare” la popolazione a parlare in un certo modo?

    Non leggerò mai questo manuale, ma mi piacerebbe sapere se è previsto l’appellativo “farmacisto” per un professionista di sesso maschile…

    Siamo seri, evitiamo di ricadere nelle idiozie sessantottine applicando le quali le cameriere (ma dove sono ormai?) si devono chiamare “collaboratrici domestiche”, gli spazzini (altra razza estinta, almeno a Napoli…) “operatori ecologici” e così via…

    Ci sono cose veramente serie da discutere…

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