L’ex compagno le uccide la figlia, lo Stato le chiede le spese processuali. Solo ora l’annullamento della cartella esattoriale

I legali di Rosa Polce: “Il tassificio italiano non ha più alcun pudore. Lo Stato non può caricare le sue pretese sulle spalle dei familiari”

Carella EsattorialeAnnullata in autotutela la cartella esattoriale inviata nei giorni scorsi dall’Agenzia delle Entrate alla signora Rosa Polce. La donna avrebbe dovuto pagare 7500 euro per le spese processuali che Michele Campanile, ex compagno ed assassino della figlia, non poteva pagare.

Ora, però, l’avviso di rettifica e le “scuse” dell’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate, che ha parlato dello scandalo come di una “spiacevole circostanza”. “In riferimento alla notizia apparsa su numerosi organi di stampa, l’Agenzia delle Entrate esprime tutta la propria solidarietà alla signora Rosa Polce”, scrive l’Agenzia in una nota. Aggiungendo, poi, che “ritiene comunque opportuno precisare che il pagamento dell’imposta di registro è stato richiesto a tutte le parti del processo, come prevede la Legge, in quanto la Cancelleria del Tribunale non ha attivato la procedura per la registrazione a debito”.

Ad averla vinta, quindi, sono stati gli avvocati di Rosa Polce, Angelo e Sergio Pisani, che avevano dichiarato con rabbia: “La nostra battaglia non finisce qui, perché è proprio da vicende assurde come queste che dobbiamo ripartire per un’azione capace di riportare democrazia ed equità nel sistema fiscale italiano”. Una battaglia che sembra finalmente essere arrivata ad un giusto epilogo.

Quella di Rosa Polce è una storia che ha shockato il Paese intero. La storia di una donna che vede uccidersi sua figlia ed in più è “minacciata” dalla Legge di dover pagare ben 7.515,50 euro. Il motivo, cita la cartella esattoriale, è che “sono solidamente obbligati al pagamento delle imposte tutte le parti in causa”. E spiegano gli avvocati Pisani: “Se l’assassino risulta nullatenente, come in questo caso, non solo la famiglia non ottiene alcun risarcimento, ma deve pagare allo Stato un’imposta di registro alle stelle”.

Alla base di tutto c’è un dato molto importante: in sede di processo penale, che ha giudicato Michele Campanile colpevole di omicidio ed occultamento di cadavere, i legali della famiglia Polce hanno deciso di procedere dichiarandosi parte civile. Ciò comporta che, da un lato, alla condanna penale si aggiunga un risarcimento civile, in questo caso della cifra di 100 mila euro, ma dall’altro, che le spese processuali ricadano sulle spalle anche della parte lesa. Michele Campanile, infatti, si è dichiarato nullatenente e senza alcuna fonte di reddito.

La drammatica vicenda di cui stiamo parlando risale all’estate del 2005 e vede tristemente protagonista la giovane Carmen Polce, di soli 31 anni. La donna, che da due anni conviveva con il compagno Michele Campanile a Cancello Arnone (CE), ha avuto la sola tragica sfortuna di innamorarsi dell’uomo sbagliato. Un uomo che da tempo aveva problemi di tossicodipendenza, un uomo che da un giorno all’altro da fidanzato si è trasformato in brutale assassino.

Il 18 giugno, improvvisamente, la ragazza scomparve nel nulla. E a nulla sono serviti i disperati appelli della made che alla trasmissione “Chi l’ha visto” disse: “Aiutatemi a trovare mia figlia. Se qualcuno sa qualcosa parli. Vorrei almeno ritrovare i suoi poveri resti”. Il corpo di Carmen non è stato più trovato.

Le macchie di sangue ed i capelli della vittima nell’appartamento di Cancello Arnone e nell’auto dell’uomo lo hanno incastrato. Nessun dubbio per gli inquirenti: deve essere stato Campanile ad uccidere Carmen e a sbarazzarsi del cadavere. Secondo le ricostruzioni pare che tra i due quella sera ci fosse stata una furiosa lite, poi sfociata in tragedia. Michele Campanile, in preda all’ira e complice probabilmente l’alcool, avrebbe ucciso la donna colpendola alla testa con un corpo contundente e, poi, avrebbe subito caricato il corpo nella sua macchina. Questo è bastato ai giudici per dichiararlo colpevole in tutti e tre i gradi di giudizio. 19 anni di carcere e 100 mila euro di risarcimento, la pena alla fine giustamente comminata.

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