Svimez: l’Italia non esce dalla crisi senza investimenti al Sud

Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ), l’Italia continuerà ad essere in crisi se non si farà qualcosa per risollevare il Sud

negozi-crisi“Il 2015 per la Svimez non sarà un momento di svolta; secondo le nostre previsioni ci sarà solo una ripresa economica nel Nord del Paese, mentre il Sud dal 2008 al 2015 avrà perso cumulativamente 15 punti di Pil. Quello che serve non è solo recuperare la crescita persa in questi anni, ma fare politiche di sviluppo per far ripartire tutto il Paese, cambiando verso con un Piano di primo intervento, che parta dalla parte più in crisi perché è lì che sono presenti le maggiori opportunità”.
È quanto ha affermato il Presidente della Svimez Adriano Giannola nella sua relazione al convegno Verso Sud. Per una strategia di sviluppo, che si è svolto pochi giorni fa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Nello scorso ottobre, lo Svimez parlava di un Sud a disertificazione industriale, interi territori dove si continua ad emigrare (116 mila abitanti nel solo 2013 mentre dal 2001 al 2011 sono 1 milione e mezzo, di cui 188.000 laureati), non fare figli (le persone morte hanno superato quelle nate) e impoverirsi (aumento del 40% di famiglie povere). Si leggeva nel rapporto: “Il Sud sarà interessato nei prossimi anni da uno stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili. E’ destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando così a pesare per il 27% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%”.

Numeri che spaventano, colpa di un’industria che continua a soffrire, infatti tra il primo trimestre del 2013 e il primo trimestre del 2014, l’80% dei posti di lavori persi in Italia, sono stati al Sud. Con il risultato che il tasso di disoccupazione, secondo lo Svimez, non è del 19,7% come calcola l’Istat ma ben più alto: 31,5%. Secondo Coldiretti, per la prima volta la spesa alimentari delle famiglie del Sud, è scesa sotto quella delle famiglie del Nord, invertendo una tendenza storica che vede nelle regioni meridionali destinare al cibo budget maggiori.

È proprio seguendo il ragionamento di Coldiretti che in parte, può essere spiegata la crisi italiana. Il modello di sviluppo economico italiano, infatti, prevede un Nord produttore e un Sud consumatore. Se quest’ultimo, non ha più i soldi per acquistare, ecco che anche il Nord inizia a soffrire. Questo modello, ha tenuto finché gli investimenti al Sud erano stati di una certa consistenza e gli aiuti maggiori. Con i vincoli europei e l’impossibilità di fare investimenti di una certa entità, il Sud che era già un’area economica depressa del Paese (la più povera in Europa), è andata man mano peggiorando e questa situazione, è destinata a non cambiare in tempi brevi. Sempre che, non si decida di investire nelle infrastrutture di cui il Sud ha bisogno.

Purtroppo, le ultime scelte operate dal Governo, non vanno in questa direzione. Su quasi 5 miliardi di investimenti per le ferrovie: 4.799 sono da Firenze in su e solo 60 milioni a Sud di Firenze (rapporto 98,8% a 1,2%). Nel settore scolastico, le cose non cambiano: solo il 5% dei 36 milioni di euro dei finanziamenti per l’edilizia scolastica destinata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca agli enti locali, andranno al Sud.

Come ha sottolineato Giannola, nella sua relazione: “Non esistono storie separate tra Nord e Sud. L’Italia è in crisi soprattutto perché il Mezzogiorno è in crisi. Serve invece una politica per il Sud che si basi su un Piano di primo intervento: non una somma di piccoli progetti frammentati ma un coordinamento tra regioni e governo per definire insieme obiettivi strategici prioritari, a partire, tra gli altri, da una strategia euromediterranea che ponga al centro la logistica e il rilancio delle infrastrutture”.

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