Fecondazione assistita e Legge 40/2004, quando le norme frantumano i desideri di vita delle persone

Le drammatiche storie di due coppie pongono l’accento su una questione non ancora risolta. La legge 40 ritorna in ballo davanti alla Corte Costituzionale

procreazione assistitaRoma, 15 aprile – M. e V. sono una coppia giovante e innamorata, senza nessun problema di infertilità e desiderosa di avere un figlio. Un sogno infranto dalla malattia ereditaria di cui è affetta la moglie: una traslocazione cromosomica molto grave e che facilmente potrebbe trasmettere al futuro bambino. La procreazione medicalmente assistita sembra essere l’unica strada per diventare genitori. La legge 40/2004 un insormontabile ostacolo da abbattere.

Dopo 11 anni di polemiche e dibattiti arriva ancora una volta davanti alla Corte Costituzionale la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (pma). Ieri è stata discussa in un’udienza pubblica la legittimità costituzionale del divieto per le coppie fertili ma affette da gravi patologie ereditarie di usufruire della diagnosi pre-impianto.

Un esame “non diverso da altre indagini diagnostiche prenatali che si fanno in gravidanza”, come spiega il dottor Filippo Maria Ubaldi, attraverso il quale è possibile evitare la trasmissione di malattie come la fibrosi cistica, la talassemia o la distrofia muscolare.

“In Italia chi è infertile può fare la diagnosi pre-impianto, chi è fertile no. C’è dunque una chiara disparità di trattamento in base alla gravità della patologia. Questo divieto inoltre esiste solo nel nostro Paese e la Corte Edu ci ha già condannati. Oggi c’è grande attesa da parte di migliaia di coppie‎ che attualmente sono escluse da uno strumento di diagnostica importante. La tensione è tanta”, ha detto l’avvocato Filomena Gallo che insieme al collega Gianni Baldini e all’Associazione Coscioni si occupa di difendere coppie come M. e V.

Dopo una villocentesi a gravidanza già in atto (la seconda dopo un primo caso di aborto spontaneo) infatti i due giovani hanno scoperto che il loro bambino era affetto da gravi problemi e sono dovuti ricorrere all’interruzione volontaria. Un dolore indescrivibile che ha segnato la loro vita, ma che li ha anche spinti ad intraprendere una nuova battaglia.

“Di fronte a un rifiuto – ha continuato l’avvocato Gallo – ci siamo rivolti al Tribunale e il giudice ha intravisto un profilo di incostituzionalità su cui dovrà decidere la Consulta”. La Corte di Strasburgo, dal canto suo, ha già emesso una condanna nei confronti dell’Italia. Impedire la diagnosi pre-impianto e poi consentire l’aborto terapeutico appare un’incoerenza. Un’ingiustizia che fa male ai genitori e al futuro bambino.

Perché per coppie portatrici di malattie genetiche ricorrere alla procreazione medicalmente assistita significa anche ridurre notevolmente la percentuale di aborti, spontanei o indotti. Come nel caso drammatico che vede protagonista un’altra coppia, P. e C., in cui la donna, portatrice sana di distrofia muscolare di Becker, ha dovuto affrontare ben 4 aborti spontanei e, per ultimo, anche un aborto terapeutico.

Le due coppie, i quattro “coraggiosi”, ora sono giunti in tribunale non solo per combattere per i propri bambini mai nati, ma anche per tutti quei genitori che vivono lo stesso dramma. “È una irragionevole e sproporzionata compressione dei diritti, con interferenza esterna nelle decisioni personali di una coppia”, hanno dichiarato i legali ricordando come la Costituzione italiana si impegni a tutelare prima di tutto la salute della donna e della coppia.

L’Italia, però, nei fatti risulta essere l’unico Paese che limita l’accesso alla diagnosi pre-impianto e alla fecondazione assistita per le coppie fertili. Un divieto che, mettendo ancora una volta sul ring l’etica e la salute, ha portato di nuovo davanti ai magistrati la legge 40/2004.

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