Baby lavoratori, più di 340mila pre-adolescenti preferiscono il lavoro alla scuola

Vanno dai 12 ai 15 anni e sono un esercito di 340mila baby lavoratori a discapito della socialità, del tempo libero e dello studio

lavoro minorileIn Italia ci sono più di 340mila piccoli lavoratori che vanno dai 12 ai 15 anni, che per problemi economici lasciano la scuola per intraprendere un percorso lavorativo. Il 40% lo fa per aiutare la famiglia, il 25,8% per avere soldi propri e il restante 22,1% perché attratto dal mondo del lavoro. Il fenomeno che si registra comporta diversi rischi, infatti lavorando in fasce orarie serali o notturne vengono trascurati gli impegni scolastici e viene lasciato poco tempo per il divertimento con gli amici. E’ questo ciò che è stato detto al Labitalia dalla ricercatrice Anna Teselli a nome dell’ l’Associazione Bruno Trentin e Save the Children.

“Il grande sforzo che bisogna fare nel raccontare il fenomeno del lavoro minorile è quello di posizionarlo all’interno di un’economia avanzata, come la nostra. Non ci troviamo, infatti, davanti a baby lavoratori impiegati in lavori lontani dalle società evolute, ma di giovanissimi impegnati a contribuire a mandare avanti l’azienda di famiglia oppure a servire, fino a tardi, tra i tavoli dei ristoranti”. E’ questo il commento a Labitalia di Anna Teselli  in merito ai 340mila pre-adolescenti che già hanno avuto esperienza di lavoro.

Sono principalmente ragazzi che vanno dai 12 ai 15 anni che, nella maggior parte dei casi, aiutano i genitori nelle loro attività professionali nel mondo delle piccole e piccolissime imprese a gestione familiare (41%), oppure sostenendoli nei lavori di casa (30%). Il restante 29% si distribuisce tra chi lavora nella cerchia dei parenti e degli amici.

Alcuni frequentano ancora la scuola, ma molti la lasciano per aiutare le proprie famiglie (nel 40% dei casi), il 25,8% per avere dei soldi propri e il restante 22,1 perché gli piace.

Gli orari di lavoro però interferiscono pesantemente o interrompono il percorso scolastico e lasciando poco tempo per lo svago. E questo è dovuto, anche, alla continuità del lavoro: “E’ molto elevata, infatti, la quota delle attività svolte tutti i giorni (nel 65% dei casi, quasi tre volte di più rispetto all’insieme delle esperienze di lavoro) o in modo regolare, cioè da oltre 6 mesi nell’anno (67%)”.

Anna Teselli conclude poi specificando che l’evento della bocciatura è molto frequente tra i piccoli lavoratori e che sia una delle cause che spingerebbero i ragazzi nel mondo del lavoro e proprio per questo che “L’idea di un ‘futuro investito nel mondo del lavoro e non a scuola’ è il criterio che orienta la prospettiva di vita dei ragazzini che cominciano presto a lavorare”.

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