Ddl Scuola, proteste oltre il 7 luglio e ipotesi referendum abrogativo

Le votazioni in Commissione Cultura e Istruzione procedono spedite e il governo punta all’approdo in Aula entro il 7 luglio. I comitati di docenti nel frattempo fanno sapere che le proteste continueranno oltre tale data e pensano a un referendum abrogativo, una legge di iniziativa popolare e a disertare il primo giorno di scuola

commissione_culturaSe il governo sul ddl di riforma della scuola non sembra intenzionato a concedere ripensamenti, non lo sono neanche i docenti. È iniziata stamane in Commissione Cultura e Istruzione della Camera l’esame degli emendamenti alla riforma della scuola. Le votazioni continueranno nel pomeriggio e il governo auspica che entro il 7 luglio il testo arrivi in Aula così da poter diventare legge.

Proprio per il giorno 7 luglio, i docenti si sono dati appuntamento davanti Montecitorio per una prima giornata di protesta che continuerà, promettono i comitati, in forme diverse anche dopo l’approvazione della legge. Tra le ipotesi avanzate: disobbedienza civile, referendum abrogativo, sciopero il primo giorno di scuola. Non viene accantonata l’idea di ricorsi per alcune norme contenute nel ddl, che potrebbero avere profili di incostituzionalità.

In particolare, secondo alcuni costituzionalisti, risulterebbero incostituzionali le norme che danno potere al cosiddetto “Preside sceriffo” di scegliere il corpo insegnante per l’organico funzionale. In questo modo verrebbe leso l’esercizio del diritto costituzionale alla libertà d’insegnamento, in quanto possono innescarsi forme di pressione e di adeguamento alla volontà della figura monocratica (il preside). C’è un precedente in tal senso: la chiamata diretta da parte del preside in regione Lombardia fu dichiarata incostituzionale.

Altri poteri del preside, come quello di utilizzare i docenti in classi di concorso diverse da quelle per le quali sono abilitati (purchè posseggano titoli di studio validi), sarebbero lesivi di diritti costituzionalmente garantiti, come: uguaglianza, diritto al lavoro, buon andamento e imparzialità dell’agire amministrativo.

Altro discorso va fatto per risorse esterne e contributi pubblici per le scuole private. Nell’attrarre risorse esterne (scopo della norma), fattori economici e sociali del contesto in cui opera la scuola finirebbero per creare disparità, in violazione dei principi fondativi dello Stato sociale.

Se il governo pensa che le polemiche si plachino dopo l’approvazione della legge di riforma della scuola, si sbaglia. I docenti sembrano intenzionati a vendere cara la pelle e a continuare la loro difficile battaglia per una scuola diversa e libera da sceriffi.

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