Concorsi pubblici: conterà anche l’Ateneo oltre al voto di laurea. Il “merito” entra anche all’Università

Un emendamento al Ddl PA sancisce la discriminazione tra studenti. E quelli del Sud rischiano rischiano di valere meno

Studenti UniversitaUna volta quando non passavi un concorso potevi prendertela solo con te stesso. Forse non avevi studiato abbastanza o forse avevano influito fattori emotivi al momento del test. Da domani vallo a spiegare ai cari genitori, che magari hanno speso migliaia di euro per darti un’istruzione, che la colpa non è tua ma dell’Ateneo. Potrebbe accadere questo grazie a un emendamento al ddl della Pubblica Amministrazione presentato dal deputato PD Marco Meloni, secondo il quale “nei concorsi pubblici a fare la differenza non sarà più solo il voto di laurea, ma potrà contare l’Università”. Si tratta in pratica di un emendamento, che parla di “superamento del mero voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso” e della possibilità di valutarlo “in rapporto ad altri fattori inerenti all’istruzione che lo ha assegnato”.

In sostanza, la proposta permetterebbe di “ponderare” i titoli di studio conseguiti negli atenei italiani in base a dei punteggi (presumibilmente dei coefficienti), che premiano gli atenei più virtuosi. Se hai studiato in un’Università con coefficente migliore, presumibilmente blasonata, avrai più chance di passare rispetto a un concorrente che non lo ha fatto. È praticamente il contrario del merito personale, che fino ad oggi e fino a prova contraria, è dato dal curriculum.

Non si tratta tanto di una discriminazione tra atenei ma di una discriminazione tra studenti di diversi atenei. Particolarmente gravi appaiono, le parole pronunciate in un discorso al Politecnico di Torino il 19 febbraio scorso dal Premier Matteo Renzi: “Esistono già università di serie A e di serie B in Italia, dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo”. Il tutto si fa ancor più preoccupante, pensando che c’è al momento grande incertezza sui requisiti da individuare per stabilire i punteggi delle università, visto che si tratta di una “norma delega” che sancisce principi di carattere generale.

Gli studenti che soffrirebbero di più sono sicuramente quelli del Sud Italia. Quelli che hanno frequentato atenei che ricevono spesso coefficienti bassi, sono alle prese con drammatici cali degli iscritti e che altrettanto spesso vengono snobbati da chi abita in determinate zone. Da chi è alla ricerca di un futuro diverso e lontano dalla propria città. In generale, su tutto il territorio nazionale, sarà un colpo pensato per le università medio-piccole, già gravate da continui tagli ai fondi sulla ricerca. Si va verso l’abolizione legale del titolo di studio come ipotizzato da qualche rettore?

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