Strage di Secondigliano: pubbliche le 3 telefonate di Murolo al 113

Murolo chiamò 3 volte il centralino del 113. Il dialogo serrato con la polizia e la minaccia di far saltare l’intera palazzina con una bombola del gas, questo il contenuto delle 3 telefonate in cui emergono i concitati momenti della lunga trattativa che porterà all’arresto dell’infermiere di Secondigliano

MuroloNapoli, 24 luglio – “Sono quello che sta sparando a Secondigliano, ho intenzione di arrendermi”. E’ l’inizio di una delle 3 telefonate fatte al 113 da Giulio Murolo, l’infermiere che in preda ad un raptus di follia uccise il fratello e la moglie di quest’ultimo per poi mettersi a sparare all’impazzata dal balcone della sua abitazione colpendo a morte 3 passanti che si trovavano sulla strada sottostante.

Furono interminabili minuti di terrore lo scorso 15 giugno a Secondigliano, quartiere delle periferia settentrionale di Napoli. Sono da poco trascorse le 18.00 quando Giulio Murolo ha dato inizio ad una vera e propria carneficina uccidendo suo fratello Luigi e la cognata dopo una lite per futili motivi. Poi dal balcone di casa iniziò il sanguinoso tiro al bersaglio sparando sui passanti terrorizzati. Altre 3 persone cadranno sotto i colpi esplosi dell’infermiere. Il bilancio di quel pomeriggio di follia sarà pesantissimo: 5 morti.

A distanza di mesi oggi spuntano 3 drammatiche telefonate di Murolo al 113. Si tratta degli attimi immediatamente successivi alla strage che si è appena consumata. Dalla registrazione audio della telefonata si sente una voce tremante, quasi come se fosse rotta dal pianto:” sono quello che sta sparando – queste le prime parole pronunciate dall’infermiere che continua – ho intenzione di arrendermi”.

L’uomo appare profondamente turbato e scosso ma al tempo stesso consapevole di ciò che ha appena fatto. Molto probabilmente è la stessa impressione che ha avuto Michele, l’agente di polizia che si trovava all’altro lato della linea, che con prontezza e mantenendo con estrema bravura il controllo della situazione ha subito messo in piedi una lunga trattativa con l’uomo cercando di farlo ragionare e convincerlo a consegnarsi nella mani dei colleghi.

Murolo è scosso e dopo la follia ora e caduto in preda alla paura e al panico e cerca di giustificare il suo gesto violento sostenendo di essere stato aggredito con un coltello dal fratello. Circostanza che sarà successivamente smentita dalle testimonianze dei figli delle vittime e dalle risultanze investigative.

Improvvisamente la tensione sale quando Murolo minaccia di sparare contro una bombola del gas facendo saltare l’intera palazzina in cui si è barricato, capisce di essere circondato e si sente attaccato: “Sto vicino alla bombola, appena viene qualcuno saltiamo tutti in aria”. Michele, il poliziotto, mantiene il sangue freddo e cerca di rassicurarlo: “Non devi dire così, i colleghi non ti faranno niente, noi siamo la polizia, non siamo delinquenti, qualunque cosa hai fatto, ti arrestiamo, ma di più non può succedere, hai capito, Giulio?”.

A questo punto Murolo chiude la telefonata; è solo barricato nel suo fortino e non sa più che fare mentre all’esterno della sua abitazione, in strada, si contano i morti tra la paura e la rabbia dei residenti e di alcuni commercianti per quel gesto immotivato. Poi decide di richiamare il 113 e chiede di parlare nuovamente con Michele dal momento che dal centralino non lo riconoscono: “Pronto, polizia, mi state attaccando, mi stanno sparando addosso… come chi sono? Sono il pazzo…”.

Ancora una volta il poliziotto prende in mano la situazione cercando di far leva sulla psicologia dell’uomo: “Prendi l’arma e buttala via, scarica i proiettili…”. Murolo risponde piangendo: “L’ho già posata la pistola..”. Michele capisce che a quel punto è importante tranquillizzare l’infermiere: “Siamo qui per aiutare te.. arrenditi, resto al telefono con te, non ti sparerebbero mai” – mentre cerca di convincerlo a togliere la bombola di gas, con cui minaccia di far saltare tutti in aria, da dietro la porta.

Dopo qualche minuto di silenzio l’agente di polizia insiste: “Giulio, l’hai tolta la bombola da dietro la porta?”; vuole evitare un ulteriore gesto di follia che provocherebbe altre vittime innocenti. Michele continua ad insistere: “Resta al telefono con me, così nessuno ti tocca…” ma Murolo si indispettisce e la situazione torna tesa “Mi stai prendendo per il culo, MIchele? – dice Murolo – Ho messo la bombola fuori la porta, il prossimo colpo faccio saltare tutti”.

E’ forse uno dei momenti più difficili, i colleghi di Michele hanno circondato l’intera palazzina e sono pronti ad entrare in azione per mettere fine alla follia di quell’uomo. Michele lo sa ed e consapevole che deve continuare ad insistere senza però cercare di turbare ulteriormente Murolo, già notevolmente scosso per l’accaduto. Deve convincerlo ad arrendersi: “Stai tranquillo, non ti sentire attaccato, i colleghi si stanno muovendo perché sono cristiani, sono persone, magari pensano a nascondersi dietro le auto. Ora esci, che tutto finisce in un attimo, ti aiuteranno tutti, il giudice, il medico, i colleghi…”.

Murolo si convince. Dall’audio della telefonata è possibile riconoscere il tonfo di una porta che si apre poi una voce “Mani in alto”, la polizia ha fatto irruzione in casa ed riuscita a bloccare l’infermiere. Sono attimi concitati, si sentono urla di gioia ed un esclamazione liberatoria per tutti “E’ finita”, anche per Michele, che dal centralino di via Medina, dopo 40 interminabili minuti al telefono può tirare un sospiro di sollievo e riagganciare. C’è l’ha fatta ha evitato una strage ancora più grande e Murolo è in manette.

Sembra la trama di un film d’azione, quei film appartenenti al genere spara-tutto che solitamente si vedono sul grande schermo, invece è il triste racconto di quella giornata di follia segnata dal sangue, una realtà tragicamente vera ancora viva in chi ha vissuto quei momenti di terrore e che emerge, a distanza di mesi, dalle 3 telefonate di Murolo al 113.

L’inchiesta sulla stage di Secondigliano è condotta dal pm Roberta Simeone. Giulio Murolo è assistito dall’avvocato Carlo Bianco secondo il quale occorre valutare gli esiti di una perizia psichiatrica per valutare se l’indagato fosse capace di intendere e volere al momento della strage e se può stare a giudizio. Questa la tesi sostenuta dalla difesa che si scontra con quella della Procura di Napoli: l’accusa di strage.

Luigi Murolo e sua moglie Concetta Uliano, rispettivamente fratello e cognata di Giulio, ma anche il capitano della polizia municipale Francesco Bruner, e Luigi Cantone; Vincenzo Cinque sono le persone che hanno perso la vita quel giorno mentre furono feriti Cristoforo Cozzolino, Umberto De Falco, Luigi Cristian Infante, Michele Salvatore Varriale e Luigi Capasso. Questo il bilancio di quel 15 giugno 2015, quello che per tutti ormai è diventato il giorno della strage di Secondigliano. 

FOTO: tratta da Tg24.sky.it

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