Unimpresa: ripresa fragile, futuro incerto per 4 aziende su 5

La prima preoccupazione è la questione credito e come accedervi. Su 122 mila imprese, quasi 100 mila non hanno fiducia e non vedono stabilità su indicatori positivi

bankLa crisi morde ancora, soprattutto per le micro, piccole e medie imprese italiane. A dirlo è un sondaggio realizzato dal Centro Studi di Unimpresa. Per l’81% delle aziende il 2015 resta un anno di ombre e incertezze. I motivi di tale incertezza possono essere molteplici, ma secondo il sondaggio quelli principali sono l’impossibilità a pagare le tasse, difficoltà con le banche per concessione di credito, mancati incassi dai clienti privati, ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione e insicurezza per gli investimenti.

Secondo Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, la ripresa è fragile nonostante i segnali positivi: ”Servirebbe una cura choc per la nostra economia. Invece registriamo uno stop nell’azione del governo di Matteo Renzi, che pure sembrava esser partito col piede giusto a febbraio 2014. Le recenti misure approvate in campo economico, come quella sulle perdite fiscali delle banche, dovrebbero avere effetti positivi, ma non sono inserite in un piano ampio e complessivo di politica economica, che possa mettere l’economia italiana in un sentiero positivo e stabile di ripresa economica” conclude.

Per quanto riguarda le cause della difficoltà economica delle imprese, la prima preoccupazione è la questione credito: in primo piano, l’inasprimento delle condizioni per la concessione di nuovi finanziamenti; poi viene segnalato l’aumento delle richieste di rientro, anche fra le imprese con bilanci in regola. Nell’ultimo anno la stretta al credito per le imprese è stata pari a 20 miliardi di euro.

Secondo fattore, segnala ancora Unimpresa, è la pressione fiscale che per le imprese sfiora il 70%. L’aumento delle tasse diventa una vera e propria batosta per le imprese, che non riescono a rispettare le scadenze.

Altro motivo allarmante è il ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione. Parliamo di 60 miliardi di euro di debiti della pubblica amministrazione che solo in parte è stato rimborsato e che non viene sbloccato da amministrazioni centrali e locali principalmente a causa dello stallo nel meccanismo di certificazione dei crediti vantati dalle imprese. Non solo: le nuove direttive europee adottate recentemente in Italia – che dovrebbero imporre alla Pa di saldare le fatture entro 60 giorni – trovano scarsissima applicazione.

Un’ulteriore preoccupazione riguarda gli incassi fra aziende, in particolare fra produttori e fornitori. I ritardi dei pagamenti sono evidenziati anche nei rapporti fra privati che si traducono in un colpo tremendo alla circolazione di liquidità.

Ultimo elemento allarmante è l’impossibilità di pianificare investimenti, che, allo stesso tempo, rappresenta un fattore e una conseguenza della crisi economica. Per le imprese italiane la pianificazione degli investimenti sia sul versante dell’innovazione sia su quello della manutenzione ordinaria di stabilimenti, fabbriche, capannoni, esercizi commerciali, infrastruttura tecnologica. Un vero e proprio calvario per i piccoli imprenditori del nostro Paese, vittime della recessione economica più dura degli ultimi tempi.

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