Berlusconi e la compravendita dei senatori: depositate le motivazioni di condanna

Per i giudici la vicenda dimostra lo sprezzo con cui l’ex premier, ricchissimo, potè affrontare quei pagamenti corruttivi senza avvertirne minimamente il peso

berlusconi_lavitolaNapoli, 7 ottobre – Sono state depositate ieri in cancelleria le motivazioni della sentenza che lo scorso 8 luglio portò alla condanna per corruzione dell’ex premier Silvio Berlusconi e dell’ex direttore del quotidiano l’Avanti Valter Lavitola. Secondo i giudici il denaro erogato all’ex senatore dell’Italia Dei Valori Sergio De Gregorio per passare dalle file del centrosinistra a quelle del centrodestra durante il governo Prodi, proveniva da Berlusconi. Come si legge nelle motivazioni di condanna, la vicenda della compravendita dei senatori “dimostra lo sprezzo con cui il ricchissimo Berlusconi potè affrontare quei pagamenti corruttivi senza doverne avvertire minimamente il peso”.

Nella sentenza firmata dal presidente Serena Corleto e dai giudici Nicola Russo e Antonio Baldassarre, il faccendiere Lavitola viene considerato la “mente” e “l’ispiratore” della cosiddetta Operazione libertà, ovvero la presunta compravendita di senatori per far cadere la maggioranza che sosteneva il governo Prodi. I giudici sottolineano che non non si è indagato sulla provenienza della provvista ma “non vi sono dubbi – scrivono – che essa provenisse dalle risorse personali di Berlusconi”. E d’altra parte la versione fornita da De Gregorio, cioè l’ammissione di avere ricevuto 3 milioni dall’ex premier attraverso l’intermediazione di Lavitola, è stata ritenuta dai magistrati assolutamente attendibile.

La vicenda ricostruisce un mercato politico. Secondo quanto ebbe a dichiarare De Gregorio, parte della corruzione fu mascherata sotto forma di finanziamento da parte di Forza Italia al partito Italiani nel Mondo. Poi una volta caduto in disgrazia, l’ex senatore viene travolto dalle inchieste giudiziarie e nel 2013 Forza Italia rifiuta di candidarlo. Dal quel momento in poi quest’ultimo “passa alle pressioni” tramite una serie di incontri burrascosi con esponenti di primo piano del partito berlusconiano, tra i quali Verdini, Bondi, Ghedini, Dell’Utri. “Non può escludersi – scrivono i giudici – che le avances e le richieste di colloquio diretto con Berlusconi, avviate nel 2012 da De Gregorio, avessero il sapore del ricatto e possano assurgere penalmente anche al rango di tentata estosione, ma questo non vuole affatto dire che il loro contenuto fosse falso. Anzi, – continuano – rende assolutamente ragionevole ritenere che il male minacciato, ovvero di rendere dichiarazioni penalmente rilevanti a carico di Berlusconi, fosse dotato di un qualche concreto e effettivo allarme per il diretto interessato”.

La sentenza indica tra le fonti di prova le lettere di Lavitola a Berlusconi, mai inviate ma rinvenute nel computer del giornalista, in cui “rappresentava senza metafore i rischi che lo stesso Berlusconi avrebbe corso se egli avesse deciso di rendere noti e pubblici i servigi che negli anni gli aveva assicurato”.

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