Artù dorme fuori, un viaggio surreale alla scoperta di se stessi e dei simboli del mito

Al Nuovo Teatro Sanità, uno spettacolo scritto e diretto da Daniele Marino

Artu dorme fuoriDal 29 aprile al 1 maggio la Compagnia Rena Libre presenta, sul palco del Nuovo Teatro Sanità, la sua ultima produzione: Artù dorme fuori. Lo spettacolo, scritto e diretto da Daniele Marino, è tra i vincitori del bando Avviso Pubblico, rivolto alle giovani compagnie under 35, promosso dal collettivo di piazzetta San Vincenzo. In scena, oltre allo stesso Marino, Antonio Agerola, Francesca Bergamo, Cinzia Cordella, Riccardo Sergio e Carlo Verre vestono i panni dei personaggi che ruotano attorno al giovane monarca inglese, Re Artù.

Lo spettacolo indaga la leggendaria figura del re, allontanandosi, però, dal quotidiano, per concentrarsi, invece, sull’aspetto mitico della storia. La drammaturgia intinge la penna nel fantastico e nella magia. Attraverso questi due elementi Artù compie il suo viaggio, tra realtà e sogno. Il lavoro di Daniele Marino prende forma dal confronto con la letteratura. Le suggestioni derivate dalla lettura della saga di Thomas Malory, dell’opera in versi e musica di J. Dryden ed H. Purcell, di “Re in Eterno” di T. H. White, passando per Walt Disney che, nel 1984, creò uno dei cartoni animati più famosi ovvero “La spada nella roccia”, fino alla riscrittura del premio nobel John Steinbeck, costituiscono la base su cui si è mossa l’analisi teatrale, volta ad allargare i confini della vicenda per raggiungere una dimensione più ampia e collettiva.

In Artù dorme fuori i personaggi diventano proiezione di un’umanità qualunque a cui il reale e la società che li circonda, con le sue continue tragedie quotidiane, impedisce loro di desiderare e talvolta anche solo di pensare un altro mondo possibile. Ambizioni e paure legate a quel sogno accompagneranno il giovane Artù lungo il suo percorso, definito, nelle parole dell’autore e regista “un surreale viaggio iniziatico, alla scoperta di se stesso e dei simboli del mito”.

NOTE DI REGIA – Quanto l’arte possiede ancora il potere di influenzare le nostre vite? Un uomo visita un museo dove espongono una scultura che raffigura la spada nella roccia del ciclo bretone. Da quel momento comincia un surreale viaggio iniziatico, alla scoperta di se stesso e dei simboli del mito. Lentamente le scene e le persone della sua vita si mutano in proiezioni dei personaggi della saga inglese. La stirpe reale fuoriesce dall’opera, la squarcia, e torna a narrare l’avvento di un nuovo medioevo, scintilla dell’antica leggenda di Artù. Tutto si sovrappone, in un gioco allucinato. Vita reale e racconto mitico si confondono, capitolo dopo capitolo. Figure mitiche, come le chiama Steinbeck, figure venute dai sogni, dalla letteratura. L’uomo di colpo partecipa alle vicende che accompagnano le loro gesta, costretto a guardare la sua esistenza da un altro punto di vista. Giacché ogni volta si materializza di fronte a lui una prova, una spada da estrarre, e ogni volta bisogna cambiare sguardo. Osservare da un punto diverso. E se l’arte servisse a questo? Nessuna resa. Nessuna diserzione, dice Artù. Dal sogno non si diserta mai. L’uomo interpreterà il ruolo che più gli si addice, in una macchina incalzante, tra ambienti reali e geometrie epiche. E nulla sarà più come prima. Ritrovando, magicamente, il Merlino che è in lui. Una strana vitalità che credeva smarrita. Daniele Marino

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