Lettera di Raffaele Cantone a Silvio Berlusconi, tratta dal libro “Operazione Penelope”.

Egregio Silvio Berlusconi,

quando ancora ricopriva la carica di presidente del Consiglio, mi è capitato di leggere e sentire in televisione, direttamente dalla Sua voce, che finalmente aveva individuato i responsabili dei mali della Nazione. Erano niente meno che gli scrittori e gli sceneggiatori che nelle loro opere si ostinavano a evocare un mostro inesistente: la mafia. Come non lasciarsi convincere dal suo lucido ragionamento? Questi pennivendoli, pur di guadagnare qualche soldo, infangano il nostro Stato descrivendo un degrado morale, economico e sociale che esiste solo nelle loro fantasie deviate. Piuttosto, mi consenta, dovrebbero impiegare le loro capacità per cantare le lodi di un paese dove mare, sole e spaghetti formano un’indimenticabile cartolina, accompagnati eventualmente dagli stornelli di qualche posteggiatore napoletano.

Le Sue parole, però, mi hanno anche roso la coscienza. Ho così deciso di confessarLe un mio grave peccato, e lo farò come ogni giorno lo fanno gli arconti della nazione: senza chiedere attenuanti, indulti, prescrizioni, lodi o processi brevi.

Tempo fa ho scritto un paio di libercoli nei quali affermavo che in Campania, e non solo, opera un’organizzazione mafiosa cui ho attribuito un nome di pura fantasia: <<camorra>>. E per vendere qualche copia in più, ho aggiunto che questa formazione criminale è molto forte sul territorio dove ha inquinato, ucciso, corrotto, contraffatto e molto altro ancora.

Ma la cosa non è finita qui: come vede ho perseverato nel mio crimine, e di camorra, questa entità puramente mitologica, mi ostino a scrivere ancora.

Certo, non avendo prodotto dei best seller, forse potrei sperare nella Sua benevolenza. So, però, di avere due ulteriori colpe che non consentono attenuanti. Non solo sono un magistrato, ma per più di sedici anni, ho fatto il pm. Obnubilato dal rosso della toga e istigato da cospiratori comunisti, ho contribuito dunque a far condannare tanti innocenti, visto che il loro delitto, associazione mafiosa, era stato inventato nei retrobottega di partiti stalinisti. Nel farlo, non mi limiterò ad accusare me stesso, ma Le indicherò i corresponsabili delle mie malefatte, guardandomi bene dal dichiararmi pentito (parola che so non ama).

Come certo ricorderà dai suoi studi, e come le potranno confermare i prìncipi del foro della Sua corte, concorrono nei reati tutti coloro che, in qualche modo, hanno favorito la perpetrazione dell’illecito. Insieme a me, quindi, andranno puniti tutti i responsabili della casa editrice comunista che pubblica le mie fantasie deviate, ma anche la sua amministratrice, che porta lo stesso nome di Sua figlia Marina, nonché il principale azionista che, pensi un po’, si è addirittura permesso di essere un Suo omonimo”.

Raffaele Cantone

[ Presentazione del libro di Raffaele Cantone, “Operazione Penelope” – link ]

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