ConfimpreseItalia, preoccupazione per la frenata del PIL. Perrotta: “Calo dei consumi, a pagare sono le piccole e micro imprese”

I danni per il Commercio e l’Artigianato e il rischio di una nuova stretta fiscale e criteri ulteriormente stringenti per l’accesso al credito

consumatoriLa “crescita zero” del PIL, il calo dei consumi e l’impennata del debito pubblico costituiscono un mix micidiale per le piccole e medie imprese, in particolare nei settori dell’artigianato e del commercio, già penalizzate da alti costi di gestione e dalle difficoltà di accesso al credito. Lo afferma ConfimpreseItalia commentando la nota congiunturale ISTAT sul secondo trimestre 2006.

“In particolare – sottolinea Vincenzo Perrotta, della Giunta nazionale dell’Organizzazione con delega alla lotta all’illegalità, usura e “caro fitti” – questo scenario può rivelarsi micidiale sulle già scarse possibilità di ripresa delle piccole imprese, che rappresentano il fitto tessuto dell’economia italiana”. Secondo Perrotta, infatti, questi dati e le politiche che il Governo metterà in campo, rischiano di complicare lo scenario autunnale: la legge di bilancio 2017, infatti, potrà disporre di risorse sempre più limitate e quindi restringere il campo delle misure riservate alla crescita.

Preoccupa, inoltre, il calo consistente nell’industria, che, secondo le prime analisi di ConfimpreseItalia, potrebbe generare un pericoloso effetto domino nei settori del commercio e dell’artigianato: la tendenza, infatti, è confermata dal persistente calo della domanda interna. “Non serve – continua Perrotta – sbandierare il valore lievemente positivo dell’export o il fatto che i fenomeni interagenti sul PIL, come la minaccia del terrorismo, la crisi dei migranti e la Brexit, erano già noti da tempo al Governo. In questo caso ci si chiede come mai non siano stati adottati provvedimenti tesi ad arginare questa tendenza”.

Per ConfimpreseItalia il dato, confrontato con la crescita dell’Eurozona, in particolate della Germania (dove, è bene ricordarlo, da decenni è in atto una politica di credito al consumo e di sostegno al commercio), impone delle scelte di investimento nei settori trainanti dell’economia italiana e di sostegno e rafforzamento della domanda interna. “Il nuovo record del debito pubblico – prosegue l’esponente di ConfimpreseItalia – si tradurrà inevitabilmente, nella prospettiva del raggiungimento degli obiettivi chiesti dall’UE, in una nuova stretta fiscale e criteri ulteriormente stringenti per l’accesso al credito. Il Governo la smetta di utilizzare demagogicamente questi dati per motivare la necessità di una riforma istituzionale e riparta con gli investimenti per le piccola impresa”.

Un ultimo campanello dl’allarme ConfimpreseItalia lo lancia sull’aumento dei prezzi al consumo: l’accelerazione rilevata dall’ISTAT è particolarmente rilevante negli alimentari non lavorati, servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona e trasporti. Il tiro alla fune tra prezzi del paniere che salgono e prezzi del paniere che scendono sembra volersi prendere beffa proprio del consumatore finale. Perché se a spingere i prezzi in giù, verso la deflazione sono soprattutto le materie prime, a frenare la deflazione, con prezzi in crescita, sono soprattutto i prodotti negli scaffali (o in via di trasformazione).

Un carrello della spesa più caro per gli italiani, secondo ConfimpreseItalia, rischia di ripercuotersi su tutta la filiera del commercio se non si interverrà subito, oltre che con gli incentivi ed il credito al consumo, anche con interventi strutturali quali calmiere per i fitti e nuove modalità di accesso al credito, in assenza dei quali i commercianti si troveranno ancora una volta al bivio tra abbassare le saracinesche o ricorrere all’usura, ed entrare quindi nel perverso vortice dell’illegalità.

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